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Il 17 gennaio scorso, il Presidente Xi Jinping a Davos, cittadina del Cantone dei Grigioni in Svizzera, ha fatto trattenere il respiro al mondo intero. Non soltanto per il significato così pieno del suo intervento, ma, allo stesso tempo, per la sua natura così ossimorica, quando pronunciato con le labbra del Presidente in carica della Repubblica Popolare cinese.

Xi Jinping è stato il primo tra una lunga serie di alte cariche del Partito Comunista cinese a partecipare all’incontro di Davos sull’economia mondiale: un Presidente cinese ospite al quarantasettesimo Forum economico mondiale. Un Presidente cinese ospite al quarantasettesimo Forum economico mondiale che si propone in difesa della globalizzazione e del commercio internazionale. E il respiro si ferma.

Che il 2017 fosse un anno destinato a far parlare di sé, l’avevano forse già ampiamente sottolineato le notizie provenienti dall’altra parte dell’Atlantico: otto anni di leadership democratica ribaltati da un governo populista di estrema destra a tendenza protezionista (o, finora, protezionista solo a tweet parole). E, simultaneamente, una Cina, che di protezionismo è altamente esperta, che difende il libero scambio, il commercio internazionale. Le maggiori potenze mondiali agli antipodi in una sorta di realtà inversa, che stupisce, spaventa, ma che, forse, in fondo in fondo non sorprende più di tanto.

Il Presidente Xi, nel suo intervento a Davos, non manca di sottolineare lo sforzo sovrumano che la sua Cina ha dovuto sostenere per cedere al libero scambio. E modificarsi, abituarsi, resistere a esso fino ad arrivare a interiorizzarlo “con caratteristiche cinesi”. Ma Xi ricorda anche che: “Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”. Poche parole, destinate forse alle forze di Brexit e di tutte le –exit che minacciano di seguirne l’esempio, e, soprattutto, a quelle di Donald Trump e dei nuovi Stati Uniti d’America, un partner commerciale pericoloso e in pericolo allo stesso tempo: se, da una parte, infatti, la stragrande maggioranza del mercato cinese si fonde con la domanda che proviene dai consumatori americani; dall’altra, il debito pubblico americano sopravvive grazie all’intervento cinese in un rapporto simbiotico tra l’aquila e il drago che appare rischioso (per non dire incosciente) spezzare.

Che ne sarà della Repubblica popolare cinese dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America? Xi Jinping si ritroverà forse a ricoprire il ruolo di difensore della globalizzazione e del libero mercato? Un’immagine difficile da mettere a fuoco: quella di una bandiera rossa a cinque stelle a sostegno di un mondo al quale si è appena affacciata rimane ancora una contrapposizione in termini. Eppure Xi, memore della lunga tradizione storica cinese, non esita a ricordare che nel rinchiudersi nel protezionismo tutti i mali che il mondo esterno custodisce rimarranno certamente minacce lontane, ma i benefici derivanti dagli scambi con l’esterno resteranno, allo stesso modo, ignoti. Un do ut des bloccato sul nascere, per stare un po’ più vicini alla tradizione culturale nostrana.

Considerando i tre pilastri della politica contemporanea cinese (sovranità, integrità territoriale, sicurezza e sviluppo pacifico) è difficile immaginare che la Repubblica popolare cinese, così com’è oggi, si faccia avanti a ricoprire il posto che fino a qualche mese fa era stato rivestito dagli Stati Uniti d’America. La Cina, per quanto potenza in fortissima ascesa e pronta a spiccare il volo, non è ancora pronta a diventare punto di riferimento mondiale in un rapporto di esclusiva egemonia mondiale, o di egemonia dualmente condivisa. La Cina è un Paese che rimane soddisfatto del proprio status quo internazionale, un mondo che ha dovuto affrontare una serie di cambiamenti sostanziali dalla sua apertura all’Occidente e che sta ancora lavorando per ritrovare un equilibrio tra ciò che è, ciò che è stata e ciò che sarà. Ed il suo Presidente ne è pienamente consapevole.

A Davos, il Presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, con il suo intervento, non ha fatto che far risuonare il più forte possibile il messaggio che l’economia mondiale, così come la conosciamo oggi, è in guerra. E la Cina, dopo tutti i sacrifici fatti per entrare a far parte di un sistema che ha fruttato al Paese una crescita e uno sviluppo economico vertiginosi, non ha intenzione di tirarsi indietro.