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In un fermo immagine li osservo dalla finestra e sono immobili, sembrano aver scelto un istante ed averlo messo a tavola tra l’arrosto e l’insalata.

Adam glielo ha detto, lo vedo da questa finestra posta proprio di fronte casa loro.

Michelle è immobile seduta al tavolo, la nuca con i capelli perfettamente raccolti in quei suoi adorati elastici neri, le mani stanche poggiate sul tavolo accanto alle posate e il respiro affannato che alza a fatica le spalle cadenti.

Adam ha lo sguardo fisso sul pavimento, le mani che si torcono per la paura di dover ormai confessare tutto quello che con dovizia ha nascosto alla madre e al padre.

E io qui alla finestra a godere di questa immagine, con la mia Chesterfield tra le labbra il cui sapore amaro è addolcito dalla vendetta appena compiuta.

Tutto ebbe inizio ai tempi del college, io e Michelle frequentavamo gli stessi corsi, ci incontravamo spesso lungo i corridoi scolastici ma non eravamo che due sconosciute l’una per l’altra.

Ricordo benissimo il giorno in cui mi rivolse la parola per la prima volta

«Hai da accendere?» mi chiese

«Tieni» risposi porgendole l’accendino. Si sedette accanto a me sul prato

«Mi chiamo Michelle» e sorrise

«Bea» risposi e rimanemmo in silenzio, fumando le nostre sigarette.

Inizialmente i nostri incontri si limitavano a un veloce saluto o un semplice sorriso lungo i corridoi, finché non ci incontrammo di nuovo a casa di un amico comune, fu lì che diventammo amiche.

Avevamo entrambe bevuto troppo. La trovai accasciata vicino al divano, con un bicchiere vuoto tra le mani.

«Stai bene?» le chiesi

Mugugnò qualcosa in risposta. La tirai su a fatica e la portai al bagno. Vomitò tanto di quel vino da riempire il lavandino.

«Meglio adesso?» le domandai

«Si, grazie» rispose senza guardarmi.

«Ti accompagno a casa.»

«Grazie» rispose.

Una volta per strada cominciammo a parlare, senza imbarazzo, quasi fossimo sempre state amiche e ridemmo di noi, della serata e del lavandino pieno di vomito che avevamo lasciato a casa di qualcuno di cui non sapevamo neppure il nome.

Così cominciò con Michelle e quell’odore acre di vomito lo sento anche ora che la osservo dalla finestra, quel rosso del vino mi scorre veloce nelle vene e riporta al mio ego l’eco di un passato finalmente vendicato.

Dopo quella serata cominciammo a frequentarci regolarmente.

Ricordo ancora il suono delle nostre risate improvvise, i pomeriggi a immaginare un futuro che ci portasse via da quell’orribile paesino del Connecticut, i trucchi per sembrare più grandi di quanto fossimo in realtà e le parole ridondanti con cui ci riempivamo la bocca.

Michelle era la tipica adolescente degli anni cinquanta, che desiderava una casa e una famiglia sopra ogni cosa, io invece ero diversa, io volevo studiare. Mi prendeva sempre in giro.

«Una donna avvocato e chi la vorrebbe» rideva di me

«Farò l’avvocato vedrai – rispondevo un po’ offesa – se Amelia Earheart può sorvolare l’oceano io posso difendere chiunque in un aula di tribunale».

I miei genitori la pensavano come Michelle e non furono pochi gli scontri che ebbi con mio padre al riguardo:

«Essere una brava moglie è un mestiere Bea, il più nobile»

Non rispondevo neppure.

L’unica cosa che sembrava piacere di me ai miei genitori era proprio Michelle. «Lei si che diventerà una perfetta padrona di casa, prendi esempio Bea» ripeteva mio padre davanti a Michelle. Io tacevo e lo odiavo in silenzio, mentre mia madre si limitava ad annuire, quasi non avesse fatto altro nella vita.

Il maggio del 1957 fu un mese molto caldo, talmente caldo che papà decise di portarci a fare una gita al lago.

I preparativi furono eccitanti, ricordo mamma in cucina che preparava panini per tutti, per l’occasione mi aveva comprato un nuovo costume a righe ed ero felice all’idea di poterlo mettere e tuffarmi nell’acqua.

«Papà posso invitare anche Michelle?» chiesi euforica, pensando che tanto la cosa sarebbe stata impossibile

«Solo se i suoi genitori sono d’accordo» rispose

Fu quello un momento di gioia pura, ricordo che corsi come una matta fino a casa di Michelle e quasi senza fiato le raccontai tutto. I genitori furono d’accordo e noi ci abbracciammo come se quella gita al lago fosse l’evento più importante della nostra vita.

Partimmo presto la mattina, il lago distava due ore circa. Ricordo che il tempo volò via in un baleno.

«Guardate ragazze» disse mio padre e il lago Forest si aprì davanti ai nostri occhi.

Appena la macchina si fermò balzammo giù come due furie e ci lanciammo nell’acqua.

«Bea, Michelle, non allontanatevi» urlava mamma

Passammo molto tempo in acqua, ricordo ancora adesso la sensazione di intorpidimento alle mani e ai piedi, solo quando uscimmo ci rendemmo conto di avere le labbra blu e la cosa ci causò un folle attacco di risate.

Mi sembra di sentire ancora il sole di quella giornata sulla pelle, un sole gentile, leggero. Ero così stanca che mi addormentai sul plaid.

Quando mi svegliai non c’era nessuno. Mi alzai di scatto e vidi mamma che nuotava in acqua, ma Michelle?

Immaginai che papà fosse con mamma e mi diressi verso una radura poco distante da cui arrivavano delle voci sommesse.

Avevo paura e se ci fosse stato qualcuno di poco raccomandabile lì dietro?

Ma la curiosità era troppa, piano piano mi avvicinai a quella radura e vidi quello che non riuscirò mai a dimenticare.

Mio padre che grugniva come un maiale sopra Michelle.

Freddo fu la prima cosa che sentii e poi una vampa di odio rovente. Rimasi immobile mentre tutto dentro di me si agitava mischiandosi irrimediabilmente. L’amore per mio padre colava veloce nell’odio e si fondeva in un piombo troppo pensante per la mia mente. L’amore per Michelle si sbriciolava e cadeva rapido ai miei piedi.

«Così brava, come l’altra volta, si» sussurrava mio padre

Non era la prima volta che lo facevano.

Mi allontanai in silenzio, sentivo solo rumore dentro le orecchie, il rumore della mia stupida adolescenza che mi salutava.

Di quel giorno ricordo che corsi in acqua, raggiunsi mia madre e l’abbracciai, il resto è confuso, sfocato. Non ricordo neppure il viaggio per tornare a casa.

Poi fu solo disprezzo per un padre che si scopava la mia migliore amica, una ragazzina di diciassette anni.

Allontanai Michelle senza darle una spiegazione, con rabbia e disgusto, facendo di tutto per ferirla ogni volta che mi fosse stato possibile.

Mio padre divenne quel porco affamato di sesso che odiavo e che vedevo ancora sopra Michelle al lago quando lo fissavo. Sentivo la sua voglia di sesso ogni volta che vedeva una ragazzina per strada e mi faceva schifo persino baciarlo il giorno del suo compleanno.

Da quel giorno crebbi e diventai il germe di quello che sono oggi, la donna diversa che tutti additano per strada perché ha fatto scelte inusuali, perché vive la vita in solitudine e perché ha scelto la professione alla famiglia.

Ancora mi domando se mia madre abbia mai saputo di mio padre e Michelle al lago, ancora mi chiedo se dietro ai suoi assensi continui ci fosse la certezza di aver perso una guerra a cui non era preparata, ancora sento la pena per quella donna morta in solitudine.

Vedi Michelle adesso che ho fatto con tuo figlio quello che tu hai fatto con mio padre siamo pari, hai giocato con il fuoco e mi hai bruciata, ma ora quello stesso fuoco brucia te.

Adam è un ragazzo puro, buono ma ho dovuto sacrificarlo per farti sentire il rombo che mi ha reso sorda per anni fino ad oggi. Ho sentito il silenzio solo quando ho scritto quel biglietto

«Controlla dove va Adam tutte le sere, dopo cena, quando tu pensi che stia dormendo» e poi ho preparato tutto.

I rumori dal giardino, la sdraio con l’asciugamano, un paio di drink e tuo figlio sotto di me che grugniva come un maiale, chissà se ti sei accorta che ho anche lasciato il cancello di casa aperto per farti entrare.

Cara Michelle, i rapporti si costruiscono con fatica e poi basta un soffio e crollano come un castello di carte.

Adesso aspetto qui alla mia finestra, con la solita Chesterfield tra le labbra, che mio padre rientri a casa e che tu gli racconti cosa ha fatto vostro figlio Adam con sua figlia Bea.