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Me ne sto lì a bocca aperta ad ammirare la sfilata dei Dragoni, quando una voce mi fa sobbalzare sulla sedia. E’ quella di Mr Condom, che mi chiede col solito tono urticante che fine ha fatto l’ordine d’acquisto della FarmaSprint. Faccio appena in tempo a sollevare un A4 per nasconderceli dietro che lui è già lì con quella sua faccia da cazzo, i pugni piantati sulla mia scrivania in attesa di una risposta. Mentre il mio cervellIo fa un’inversione a U per tornare a palla nel Mondo Merdoso, mi lambicco il suddetto per mettere insieme una risposta plausibile.

«Sto verificando gli ultimi dati, Direttore» gli faccio, non potendolo chiamare col suo vero nome, «domani sarà sulla sua scrivania».

«Sarà meglio per te, mezza calzetta!» ribatte amabilmente lui con la consueta classe, e se ne va sbattendo la porta. Giusto in tempo per non vedere il mio dito medio che gli augura un felice ritorno nel suo squallido habitat dirigenziale. Torno a razzo al mio A4, ma dietro non c’è più nessuno, se la sono squagliata tutti, tamburino compreso. Spero proprio che mostrino più coraggio domani nella mischia, che si preannuncia cazzuta assai.

«Tutto bene, Seccardino?» fa un’altra voce alle mie spalle «che stai cercando, si può sapere?»

Questa volta non mi giro neppure, tanto lo so che è la Chiattona, con quei suoi occhi bovini spalancati sul nulla, che come al solito mi spia per rimediare qualcosa di interessante da riferire agli zombie dell’ufficio vendite.

Le rifilo un «Vai a farti fottere» di routine e fingo di interessarmi a un tabulato di cui ignoro completamente significato e ragion d’essere.

Ma lei non demorde, e insiste: «Mi sembri un po’ fuori negli ultimi tempi, che succede, ti si è ammalata l’iguana?»

Stavolta mi incazzo un po’. Passi per Seccardino, visto che il mio processo di atrofizzazione è piuttosto avanzato, ma insinuare che il mio equilibrio psichico dipenda dalle sorti di un rettile, per quanto dolce e amorevole possa essere il mio Freddy, beh, questo non lo posso proprio permettere. Sto per fulminarla con una delle mie proverbiali sfuriate multimediali quando l’occhio mi cade su un piccolo oggetto che sbuca da sotto la stampante. Per impadronirmene senza destare sospetto fingo di addormentarmi di schianto sul tavolo, coprendo col gomito la parte dell’oggetto che sporge, e mi produco nell’imitazione della sega circolare con la piorrea per la quale vado giustamente famoso. Dopo alcuni secondi sento il suo passo pesante da quadrupede bolso allontanarsi nel corridoio, con il suo corredo di muggiti e borborigmi vari. Aspetto un altro po’, recupero la posizione eretta e sollevo impaziente il gomito. E’ proprio lei, la bandiera del 1° Reggimento, che qualcuno ha lasciato cadere nella fuga. Subito un pensiero mi assale: come potranno andare all’assalto domani senza la bandiera? Speriamo ne abbiano una di riserva, o rischiano di brutto: se c’è una cosa che lui odia sono proprio i maldestri e i pasticcioni…

Su una cosa però la Chiattona ha ragione, è da un po’ di tempo che tendo ad estraniarmi dal Mondo Merdoso, a perdermi nei miei pensieri. Più o meno da quando ho avvistato le prime avanguardie, circa una settimana fa.

 

Me ne stavo semi-sdraiato sulla Loffia (la mia scrivania multiuso), in coma vigile dopo un estenuante briefing che Mr Condom aveva convocato in orario antelucano, quando il mio radar interno captò alcuni segnali provenienti dalla Terra di Nessuno, lo spazio inesplorato compreso tra il retro del computer e la fila chilometrica delle prese elettriche appiccicate al muro. In quel groviglio spaventoso di fili si diceva dimorassero creature dalle sembianze mostruose, che nessuno però aveva mai avuto la ventura di incontrare. Ma non furono certo mostri da incubo quelli che uscirono a fatica dalla intricata matassa di cavi, bensì due poveri fantaccini spauriti dalle logore divise bianche e blu, che con voce flebile mi rivolsero una richiesta che lì per lì non riuscii a comprendere.

Usavano una strana lingua piena di erre arrotate e di nasali, una tiritera così lagnosa da farmi smascellare dagli sbadigli. Insomma, alla fine saltò fuori che erano diretti in un posto chiamato Marengo, e che prima stavano con il grosso della truppa, ma poi si erano persi e non erano più riusciti a ritrovare la strada. Sembravano terrorizzati, poveracci: uno strabuzzava gli occhi come un mentecatto e si passava continuamente la mano di taglio sotto la gola, e l’altro, con la testa ciondoloni e la lingua di fuori, mimava un’impiccagione immaginaria. E continuavano a ripetere: consùl, consùl, come due ebeti, tremando dalla testa ai piedi. Di che diavolo avevano tanta paura?

Quanto a me, non sapevo se condividere le loro preoccupazioni o scoppiargli direttamente a ridere in faccia. Nel dubbio, li lasciai parlare, anche perché quella parola, Marengo, aveva fatto squillare un piccolo campanello nella mia mente intorpidita, riportando alla memoria il ricordo di libri polverosi e di arcigni professori di storia, in un contesto di generale scassamento di balle riconducibile ai concetti di scuola ed educazione. Stavo cercando di capirci qualcosa di più quando il telefono si mise a squillare come se gli fosse preso un attacco epilettico. I due disgraziati, presi dal panico, si rituffarono a peso morto nell’orrido intrico di cavi e scomparvero alla vista.

«Alexandre, Victor!» chiamai più volte, ricordando i loro nomi, ma non ottenni risposta. Alcuni giorni dopo, però, mentre stavo per gustarmi il meritato riposo delle 10,15, quello propedeutico alla siesta vera e propria delle undici, ecco di nuovo quelle loro vocette imploranti uscire da dietro il mouse, già pronte a trapanarmi il cervello a colpi di monsù e silvuplé. Li zittii con un colpo di tosse, per avvisarli della presenza di estranei .nella fattispecie, il mio spacciatore abituale di sorbetti al limone), e soltanto dopo la bonifica della zona mi azzardai a rivolgere loro la parola, rimproverandoli per la loro imprudenza.

Qualcuno forse si chiederà quale lingua io abbia utilizzato in quella bizzarra circostanza. Beh, quel qualcuno deve avermi proprio preso per un imbecille. Magari non sembra, ma sono un uomo di mondo, perdio! Era ovvio che quei due parlavano una sottospecie di Francese, e anche se avevo sempre odiato quella lingua da damerini, alcune reminiscenze scolastiche si erano evidentemente sedimentate, del tutto a mia insaputa, in qualche oscura regione del mio emisfero cerebrale sinistro. Inoltre ero abbastanza sveglio da intuire che i cari Victor e Alexandre volevano dare a intendere di essersi persi, ma in realtà non erano che due fottuti disertori, e di combattere non avevano la minima intenzione. Ecco perché se la facevano sotto dalla paura: se li avessero beccati sarebbero finiti con una corda al collo!

Disertori o no, devo ammettere che mi facevano una gran pena. Erano magri come chiodi, addirittura più magri di me, tremavano in continuazione e le loro uniformi erano sudicie da far paura e stracciate in vari punti, come se si fossero divertiti a fare a cazzotti tra loro per tutto il weekend.

Li rifocillai con gli avanzi del mio sandwich vegano a base di azuki verdi e semi di canapa decorticati. Storsero un po’ la bocca e sputacchiarono qua e là alcuni pezzetti di radicchio rosso cercando di non farsi vedere, ma alla fine del pasto, tutto sommato, mi sembrò che le loro condizioni fisiche fossero leggermente migliorate. Alexandre si stravaccò con un gemito tra le pagine dell’agenda aziendale del 2013 e attaccò subito a russare, mentre l’altro si aggirava come un sonnambulo tra i cartocci e gli avanzi di cibo ammuffito disseminati sulla scrivania. Ne approfittai per informarlo sulla direzione che avrebbero dovuto prendere per raggiungere .se davvero lo volevano…) il loro battaglione perduto. «Là bas, là bas!» gli ripetevo, indicandogli dalla finestra un punto lontano, a metà strada tra il fruttarolo del Bangladesh e lo scheletro annerito dell’ex edicola, «six kilomètres!». Ma quel tonto mi fissava con uno sguardo così vacuo da stringere il cuore.

Perché blateravo in quel modo nel mio Francese improponibile? Potrà sembrare strano, ma nei giorni precedenti, roso dalla curiosità, mi ero informato su quel nome un po’ balordo che i due disgraziati continuavano a ripetere. Ebbene, dal bagno penale della ditta TechnoMaskio di Alessandria, produttrice di profilattici che si illuminano al buio, dove ci trovavamo in quel momento e dove il sottoscritto stava scontando il carcere a vita in qualità di impiegato di terza classe, fino a quella cacchetta di mosca di Marengo sperduta in fondo alla desolazione della campagna, correvano per l’appunto sei chilometri tondi tondi. Sei chilometri di nebbia e musi lunghi, di zanzare e di granturco. Bel posto di merda per andarci a morire!

Cercavo di spiegare tutto questo a Victor, che mi guardava sempre più spaurito, quando il suono cadenzato dei tamburi fece vibrare l’aria, risvegliando di colpo il pavido Alexandre dal suo torpore e mandando in completa confusione il suo compare, che in preda al panico si lanciò dalla Loffia direttamente nel cestino della carta straccia, fortunatamente colmo di schifezze di varia natura che attutirono l’impatto della sua caduta. Senza pensarci due volte, sollevai delicatamente Alexandre tenendolo per la vita e lo depositai all’interno del medesimo cestino, provvedendo poi a ricoprire lui e il suo compagno con tutto quello che riuscii a trovare su quel tormentato ripiano di lavoro. Appena in tempo: il primo battaglione, guidato da un impeccabile tamburino di reggimento, stava facendo il suo ingresso da sinistra, passando attraverso il canyon formato da due enormi pile di pratiche inevase che fino a quel momento non avevo mai avuto occasione di notare.

E’ da allora che li vedo passare, giorno dopo giorno, tutti impettiti e in fila, diretti verso il campo di battaglia. Non fanno caso a me, presi come sono dal desiderio di ben figurare davanti ai loro generali, e soprattutto davanti a lui, il Comandante in Capo. Pur non capendo praticamente una cippa dei loro discorsi, riesco ad avvertire l’ammirazione e il timore che provano nei confronti di quella loro specie di gran condottiero .praticamente un ragazzino, e nanerottolo per di più), di cui quei due svitati nascosti tra i rifiuti mi hanno già raccontato vita, morte e miracoli.

Ma oggi la grande notizia è un’altra: Mr Condom non c’è, ci ha lasciati! Non per sempre, purtroppo, ma almeno per un paio di giorni non avremo il privilegio di respirare il suo alito mortifero o di fingere di ascoltare con aria compunta le sue inenarrabili idiozie. Sembra che si debba incontrare con un collega della MachoSex per discutere dell’imminente lancio sul mercato del preservativo personalizzato con stampa in quadricromia, o di qualche altra stronzata del genere.

Come si può ben capire, c’è grande elettricità nell’aria. All’ufficio vendite stanno preparando un festino che passerà alla storia grazie alla presenza delle operaie del reparto collaudi, notoriamente inclini alla débauche più sfrenata .un modo elegante per dire che la danno via più che volentieri), e al quale, naturalmente, non sono stato invitato. Perché? Che domanda sciocca! Alcuni dicono che porto sfiga, altri che sono pallido come un morto e spavento le ragazze, altri ancora che non è il caso di invitare il figlio del proprietario a un’orgia organizzata nella fabbrica di papà, primo perché non sta bene e poi perché quel cornuto potrebbe fare la spia.

Sul primo punto mi sento di dire: magari! Sul secondo non mi pronuncio, mentre sul terzo qualcosa da obiettare ce l’avrei. Niente da dire sul fatto che sono il figlio del proprietario; purtroppo è vero, e porterò con me questa vergogna fino alla tomba, ma sospettare che io possa riferire al mio paparino .con cui peraltro non parlo da anni) un’informazione su una faccenda così delicata, beh, significa davvero farmi un grave torto. Resta il “cornuto”, che suona quasi come un complimento per uno come me che vive come un monaco da più di un decennio.

Mentre rifletto tristemente su quanto poco il mondo conosca la mia vera natura, mi giunge alle orecchie un lontano brontolio di tuono. La battaglia è già iniziata. Chissà quanti di quei ragazzi che ho visto sfilare in questi giorni faranno ritorno alle loro case! E quei due disgraziati dentro il cestino? Anche se sono soltanto due disertori, non posso fare a meno di preoccuparmi per loro. Fuggite, ragazzi! Scappate finché siete in tempo, lasciatevi alle spalle tutta questa merda!

Ma bando alle tristezze, oggi è davvero giorno di festa. Peccato per il povero Freddy, che se ne sta a casa solo soletto a languire davanti alla sua foglia di lattuga, mentre qui stanno portando in tavola ogni ben di dio…

Evento del tutto inconsueto: bussano alla mia porta, e pure con una certa delicatezza! E’ una delegazione ufficiale guidata dalla Chiattona in persona, e dietro di lei intravedo Brufolo Bill, il grafico con l’acne che gli cresce pure sulle gengive, e la Timida Brigida detta anche il Caso Umano n. 1, segretamente innamorata .ma lo sanno tutti) nientemeno che del nostro Direttore Amministrativo, il già citato Mr Condom. Misteri della vita!

Il gruppetto si avvicina alla Loffia tra bisbigli e risatine varie, e la Chiattona mi porge con fare solenne un piatto fumante contenente, a suo dire, una specialità preparata con le sue mani: spezzatino di cervo con verdure, ginepro e chiodi di garofano. Una ricetta segreta, un piatto particolare che l’ufficio vendite ha preparato in mio onore. Preso alla sprovvista, mi mancano per la prima volta le parole. Ci pensa la Chiattona a riempire il vuoto, dimenando orgogliosa le trippe.

«Beh, che fai, non lo assaeei?» cinguetta garrula.

«Certo… sì, grazie…» balbetto io, sempre più in imbarazzo. E ingoio un primo, generoso boccone. Il sapore è un po’ strano, e la carne, viscida al palato, mi ricorda quella di serpente che mi fecero mangiare in Cina qualche anno fa, durante quel viaggio aziendale da incubo… ma perché tutti quanti ridacchiano come scemi? Big Bill Brufolo si contorce addirittura sul pavimento tenendosi la pancia, e dalla sua bocca escono suoni paragonabili soltanto a quelli del concerto d’addio dei Pink Floyd alla London Are…, no, qui c’è qualcosa che non va.

«Mica male il saltimbocca all’iguana, eh, Seccardino?» fa la Chiattona mentre quasi soffoca per le risate. E il mondo mi crolla addosso.

 

Quando riprendo contatto con la realtà è già sera, e sono praticamente un uomo distrutto, ma una rapida verifica telefonica mi rassicura sul fatto che si è trattato solo di un infame scherzo. Il mio Freddy sta bene; la domestica mi riferisce che sta guardando il suo cartone preferito e che tra poco si infilerà sotto le coperte. Più sollevato ma ancora sotto shock, decido che è ora di tornarmene a casa.

Se ne sono andati tutti, o quasi. Mentre barcollo nel corridoio per raggiungere l’uscita, sento dei rumori sospetti provenire da uno degli uffici, precisamente da quello in cui i miei beneamati colleghi hanno organizzato il loro torrido festino a luci rosse. Qualcuno, sicuramente un pazzo fuori controllo, sta distruggendo mobili e suppellettili. Le sue urla disumane fanno vibrare le pareti così violentemente che per un attimo penso di attaccarmi al telefono e far intervenire l’esercito o la protezione civile, poi mi calmo e comincio a riflettere. Questa può essere l’occasione per riscattarmi, mi dico, l’occasione per dimostrare anche a me stesso che quando voglio so impormi, so farmi valere. Questa è anche la mia fabbrica, dannazione! E qui comincio a scaldarmi), e anche se finora me ne sono sempre fregato, se mio padre mi considera un fannullone buono a nulla, se tutti qui dentro pensano che io sia mezzo scemo, questo luogo appartiene anche a me, e perdio, non lascerò che venga fatto a pezzi dal primo stronzo che passa .pausa drammatica, per raccogliere le forze e soprattutto il coraggio, che già sta evaporando), per cui ora entrerò in quella stanza, fermerò quel folle e gli dirò chiaro e tondo… gli dirò…

(ora le cannonate fanno vibrare il terreno, si odono le urla dei moribondi e il crepitare dei fucili, l’acre odore di cordite si spande nell’aria e si mescola al puzzo stantio di queste stanze mal aerate, dove lo spirito è ogni giorno mortificato e messo in catene).

Basta, spingo con forza la porta a vetri ed entro senza più esitare, con la faccia più feroce che riesco a mettere insieme. Entro, dicevo, e mi trovo a fissare il volto congestionato dall’ira di Mr Condom, che ha appena terminato di sbriciolare sotto i piedi l’ultimo bicchiere superstite. La stanza è in una confusione indescrivibile: tavoli rovesciati, sedie smembrate, avanzi di cibo e profilattici della Casa sparsi ovunque, un tanfo di alcol a buon mercato che prende alla gola. Il nostro stimato Direttore Amministrativo, chiaramente fuori di sé, si aggira per la stanza agitando convulsamente le mani come se cercasse di strangolare qualche nemico invisibile che gli sfugge, ma appena mi scorge concentra su di me .come d’abitudine) tutta la sua rabbia repressa. Tra noi si svolge una breve conversazione.

«Buo… buonasera Direttore. Già di ritorno?» balbetto.

«Tu, essere schifoso!» ruggisce lui.

«Forse un contrattempo? Spero non sia successo niente di grave!» mi informo, conciliante.

«Ascoltami bene, bastardo…» sillaba lui con voce strozzata «…ti riterrò responsabile di tutto quello che è successo qui dentro, mi hai capito? Dovrai riparare tu tutti i danni!»

«Guardi Direttore, si sbaglia…» cerco di interromperlo, «…io di questa festicciola non so proprio nulla, hanno fatto tutto loro».

Non oso, però, specificare a chi voglio alludere con quel “loro”, e subito ammutolisco, nel timore che quell’invasato pretenda ulteriori spiegazioni.

In effetti le pretende.

«Loro? Loro chi? Voglio i nomi, subito!» urla con quanto fiato ha in gola. Cerco di tergiversare. «Vorrei tanto accontentarla, Direttore, ma vede, io non ero stato invitato, e…» «O mi dici chi ha organizzato questo bordello» taglia corto lui, «O ti ritrovi per strada con la tua iguana, mi sono spiegato?» E poi rincara la dose: «E non ti venga in mente di andare a piagnucolare da papà anche questa volta, perché da lui non avrai nessun aiuto, razza di fallito, mai più, te lo garantisco io!»

Non sono tanto le offese, e nemmeno l’allusione al rapporto con mio padre, andato in malora da tempo; è il riferimento a Freddy che mi ferisce di più. Perché coinvolgere una creatura innocente che non ti ha fatto alcun male, perché minacciare di gettarla in una condizione di miseria e di abbandono? Infame, perverso, crudele Direttore!

Riempio di rabbia e sdegno tutti i miei centosessantacinque centimetri di statura e fronteggio quel malvagio, vomitandogli addosso tutte le male parole che ho imparato nel corso della mia inutile vita. Mi accorgo che sono davvero tante. Giunto più o meno a metà dell’elenco, però, mi sento afferrare per il bavero da una mano d’acciaio che mi solleva da terra, mentre il viso più torvo e minaccioso che abbia mai visto si materializza a un centimetro/centimetro e mezzo dal mio. Posso così verificare di persona quanto la sinistra fama di quell’alito sia fondata: la zaffata che mi investe, col suo sentore di torba e di muschio marcito, mi procura all’istante un’esperienza mistica indicibile che ben presto però si tramuta in puro e semplice terrore. Mi accorgo infatti che il mio aggressore ha perso del tutto il controllo e si accinge a strangolarmi senza pietà.

Sono momenti convulsi, drammatici. Soffocato da una stretta micidiale, cerco disperatamente di impietosire con lo sguardo quel bruto e di farlo desistere dal suo proposito omicida, ma invano. Il mio campo visivo comincia a popolarsi di piccole luci intermittenti che aumentano via via di intensità, poi improvvisamente tutto si fa scuro e nebuloso, ma invece del silenzio eterno a cui già mi sto rassegnando, le mie orecchie si riempiono di un rumore assordante.

Una scarica di fucileria rimbomba nella stanza, e la faccia da cercopiteco del Direttore Amministrativo si contorce in una smorfia di incredulità. Due pallottole di moschetto, colpendolo alla schiena, gli hanno appena trapassato il petto all’altezza del cuore. Il mio ex capo stramazza pesantemente al suolo con un verso da uccello ferito, in uno sconquasso di bottiglie rotte, cartacce e profilattici usati.

Alle sue spalle, attraverso la porta a vetri spalancata su un campo fumigante e disseminato di cadaveri, avanzano con passo deciso due uomini, uno di fianco all’altro. Il primo, alto di statura e dai lunghi capelli scuri, ha la spada minacciosamente sguainata, ma il suo pallore mortale e la macchia di sangue che si allarga sulla sua divisa lasciano presagire la sua fine imminente. Il secondo, più basso e tarchiato, porta uno strano cappello bicorno con una coccarda tricolore e una lunga giubba scura macchiata di fango. Mi fissa con uno sguardo che sembra trapassarmi l’anima. Dietro di lui i suoi soldati, ebbri di vittoria, invocano il suo nome. Lui si gira e li guarda commosso, senza parlare. Anch’io mi unisco a loro, urlando la mia gioia. A gran voce, insieme, salutiamo il Primo Console di Francia, futuro Imperatore.