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Vi ricordate i libri per le vacanze che vi propinavano a scuola? Quelli che magari erano annoverati nell’Olimpo della Letteratura, ma che tra la salsedine e la partita a biliardino finivano per risultarvi nulla più che dei mattoni indigesti? Ecco, nella mia mente di adolescente annoiata tutti questi tomi avevano una caratteristica in comune: tentavano, con una percentuale di successo direttamente proporzionale ad autore, luogo ed epoca, di  delineare un quadro del momento storico in cui erano ambientati. I Malavoglia, Il Gattopardo, La Lettera Scarlatta: sono solo alcuni dei titoli che hanno segnato le mie estati, e che nonostante la saggezza sopraggiunta con i – quasi – trent’anni, per me resteranno sempre dei macigni impolverati.

Ebbene, sembra che dai nostri cugini d’Oltralpe sia comparsa una scrittrice che si rifà a questo filone ma che, cosa niente affatto scontata, ci riesce con una grazia non comune: stiamo parlando di Annie Ernaux, da poco nota anche da noi grazie a Gli Anni.

In questo romanzo, che ha valso all’autrice un’informata di premi non indifferenti – l’ultimo in ordine di tempo è il Premio Strega Europeo 2016 –, Annie Ernaux riesce a mescolare una storia individuale con l’epopea del Novecento francese: un secolo denso di eventi, che descrive in modo dettagliato, ma non pedante. Non per niente, prima di dilettarsi con carta e penna era una professoressa.

Il libro che però più di altri dà un’idea della grandezza della Ernaux e che l’ha portata agli onori della cronaca letteraria è La Place, in italiano malamente tradotto con Il Posto: già, perché la parola in originale ha un significato ben più vasto. Posto, inteso come zona geografica, naturalmente, ma anche come posto dove stare, casa, luogo dell’anima. E quello che ci descrive Annie Ernaux in poco più di cento pagine è proprio questo: il funerale del padre la spinge a ripercorrere le tappe della sua vita, all’apparenza statica, però densa di eventi per un singolo individuo. Gli inizi nel mondo contadino, poi il lavoro in fabbrica, infine la tanto sudata realizzazione di un piccolo sogno borghese, l’apertura di una piccola drogheria. Il tutto senza muoversi dal paese natio, in una provincia normanna che in queste pagine sembra ancora più arretrata, un piccolo mondo antico destinato a scomparire. E che potrebbe essere un qualsiasi paesino delle campagne francesi, italiane, inglesi: perché con Il Posto l’autrice riesce nell’intento, tanto ambito quanto arduo, di trasformare un racconto individuale in una storia universale.

È come se l’opera storica e il romanzo di formazione si fondessero in una sequenza di frasi asciutte, spesso taglienti, sempre efficaci: come “on disait apprendre, tout court” – “si diceva semplicemente imparare”, riferita ai suoi genitori e ai suoi nonni e al loro rapporto con tutto ciò che esulava dal materiale. Erano tempi in cui il lavoro era solo quello manuale, in cui affrancarsi dalla vita nei campi significava entrare in fabbrica o, per i più fortunati, aprirsi una bottega; sempre in provincia, sempre in mezzo a facce conosciute, e senza alcuna ambizione di scoprire la grande città. Chi decideva di proseguire gli studi, soprattutto se donna, veniva guardato con una sorta di affettuoso sospetto, come se non avesse tutte le rotelle a posto. Così Annie Ernaux: che se da giovane sente il bisogno di nascondere le sue origini, con il passare del tempo ne assapora l’inevitabile riscoperta.

Il Posto non è diviso in capitoli, né per lustri: sono tanti piccoli paragrafi, ad un primo acchito sconnessi, ma che in realtà hanno la stessa cadenza dei fatti, spesso insignificanti, che compongono una vita. Gli stessi che, alla fine, paradossalmente la salvano dalla banalità.

A differenza che ne Gli Anni, qui gli eventi storici non sono descritti espressamente; si lasciano intuire, come fossero avvolti dalla nebbia della Normandia che attutisce suoni e colori, tra l’arredamento a poco prezzo di una cucina e i pacchetti di zucchero per i clienti. Allo stesso modo, l’amore per il padre e gli inevitabili scontri non vengono mai narrati; si intuiscono, proprio come accade fuori dalle pagine. Io posso sopravvivere senza la cultura, le dice lui: ed è in questa sentenza che la lontananza tra i due diviene incolmabile. A poco servirà un genero proveniente da tutt’altro milieu; sarà l’invecchiamento, o meglio, la maturazione di queste due generazioni tanto diverse, il collante capace di ricongiungere passato e presente, provincia e città, frustrazioni e aspirazioni.

Il Posto è uscito nell’ormai lontano 1983 – e se lo cercate in lingua originale, potete ancora trovarlo nella squisita Folio Gallimard –, ma ha la forza dei grandi romanzi: e se per i Millennials sembra di sentire un racconto dei propri predecessori, per i posteri diventerà al contempo affresco di un’epoca e narrazione interiore; e per i vecchi Baby Boomers, quelle righe altro non sono che un diario di vita.

Forse è per questo motivo che ancora nessun professore si arrischia a consigliarlo ai suoi studenti: perché si troverebbe costretto a ripercorrere, passo dopo passo, la storia di un’esistenza che potrebbe essere la sua.

 

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".