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Si narra che Chronos abbia il potere di inghiottire, implacabile, i suoi figli, che non possono sfuggire al suo dominio. Il mito, si sa, vuole essere veicolo e specchio di verità, o almeno tentativo di tramandarne.

Il tempo sembra oggi somigliare all’architettura esterna delle nostre giornate, luccicante ma essenzialmente scarna, a una clessidra – o forse ai suoi equivalenti digitali – perpetuamente rovesciata sulle nostre vite.

Ma va? – qualcuno potrebbe pure obiettare!

E il mito del tempo sembra essersi trasformato nel problema del tempo: di averne o meno, mai abbastanza per alcuni, per altri malinconicamente troppo; in fondo, però, la domanda permane: quando c’è, o quando ne siamo consapevoli, cosa farne?

Io credo – per dirla con Seneca – che se è vero che esso è poco, è anche vero che molto lo si spreca, e soprattutto credo – il che peggiora le cose – che oggi le società del benessere economico (vabbé, ora sorvoliamo sui dettagli semantici e i risvolti politici) siano impostate in modo da aiutarci…a vanificarlo, il tempo che comunque si ha.

Nessun moralismo da quattro soldi soggiace a questo pensiero.

Valga l’evidenza che se in quel pomeriggio plumbeo di parecchi anni fa, quasi adolescente, avessi avuto a disposizione un qualunque passatempo sufficientemente efficace, ne sarebbe risultato che non mi sarei annoiato abbastanza. Non avrei guardato Chronos negli occhi, né ricercato un’attività con cui plasmare quel tempo incolore e, inevitabilmente, non avrei goduto di quella elementare, impagabile lezione di chitarra con cui nel giro di qualche ora avrei imparato a suonare il giro di Do, finendo così per innamorarmi dell’arte della musica.

Felice fu quel pomeriggio, per cui sempre ringrazierò la mia noia, e te, papà.