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Friedrich Wilhelm Nietzsche painted portrait _DDC1516 "Ainsi parlait Zarathoustra" Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900)

«Inoltre potete dimostrare un’altra cosa, in quanto io non sono un’artista astratto… Non mi interesso dei rapporti di forma e colore o qualsiasi altra cosa nel genere. Mi interessa soltanto esprimere le più fondamentali sensazioni umane, tragedia, estasi, fatalità e cose simili. Il fatto che molti uomini dinanzi ai miei quadri crollino e si mettano a piangere dimostra che io sono in grado di dare espressione alle fondamentali sensazioni umane… La gente che dinanzi ai miei dipinti piange compie la stessa esperienza religiosa che io compio quando dipingo. E quando voi, come avete fatto, vi chiedete solamente dei loro rapporti cromatici, allora vi sfugge l’essenziale».

Così Mark Rothko parlava, in un’intervista con Selden Rodman, della sua arte. Un’arte travagliata, fraintesa, armonica e profonda, che l’autore stesso voleva porre sullo stesso piano della musica. Grandi tele di cui l’artista stesso non amava parlare e così belle da essere, malgrado la missione metafisica alle quali erano adibite, maledettamente decorative. Rothko consigliava di osservare i suoi quadri all’incirca a mezzo metro di distanza dal dipinto stesso in modo tale che il campo visivo umano eliminasse, per la vicinanza, i contorni fisici della tela. Ad accogliere lo spettatore sono ampie campiture cromatiche sovrapposte, prive di forme e relazioni prestabilite, intente a mostrare, grazie al potere evocativo di colori a lungo diluiti, l’essenza dell’esistenza. Il giovane Nietzsche, che dopo dieci anni di studio e preparazione scrisse La nascita della tragedia, fondava il suo pensiero, influenzato dalla filosofia schopenhaueriana e dal misticismo di Wagner, su un concetto che già nel 1878, con la pubblicazione di Umano, troppo umano, ripudiò come stanco e insensato: «solo come fenomeno estetico l’esistenza del mondo è giustificata». Protagonista di tale condizione è il poeta lirico. «Dapprima egli è divenuto, come artista dionisiaco, assolutamente una cosa sola con l’uno originario, col suo dolore e la sua contraddizione, e genera l’esemplare di questo uno originario come musica, nel caso in cui questa sia stata detta a ragione una ripetizione del mondo e non un secondo getto di esso; ma in seguito, sotto l’influsso apollineo del sogno, questa musica gli ridiventa visibile come in un’immagine di sogno simbolica». L’artista lirico, nellatto del poetare, mette in musica i suoi versi attraverso il metro andando a coincidere, come la tradizione classica soleva fare, con il musicista. Rothko è colui che fa propria la descrizione nietzscheiana. Egli è il genio che incarna l’affermazione di Shiller rievocata all’interno della nascita della tragedia, in cui «da principio il sentimento è in me senza oggetto determinato e chiaro; quest’ultimo si forma solo più tardi. Precede una certa disposizione d’animo musicale, e solo a questa segue in me l’idea poetica».

Mark Rothko, Saffron 1957 177×137 cm, collezione privata

Nell’arte figurativa – che per Nietzsche è la tragedia greca e per Rothko la pittura – insorge, malgrado il trascorso temporale, un medesimo fraintendimento di cui è vittima la società: la decadenza estetica è dovuta all’incapacità dei critici di vedere la cosa in sé, di cogliere l’essenza dell’esistenza a cui solo attraverso l’arte è possibile accedere. Il piano metafisico è precluso a causa della vincolante dipendenza della ricerca del bello. Compito e fine ultimo dell’arte non è ostentare e ricercare la bellezza ma mostrasi come medium grazie al quale poter accostarsi alla volontà che permea il mondo. Si prenda come esempio, fra i tanti quadri di Rothko, Saffron del 1957. Eliminati i margini della tela l’uomo viene avvolto in una coltre di colori che non appagano unicamente lo sguardo ma anche l’animo. Nel liquido e avvolgente rosso, paragonabile al sangue versato dagli uomini nel corso della storia, v’è una lunga linea orizzontale. Giallo è il suo colore, come l’alba intenta a simboleggiare un nuovo giorno e una rinnovata speranza per l’umanità, oppure un tramonto, simbolo di una fine imminente. Travolto dalla dinamica delle campiture, dalle scelte cromatiche taglienti e profonde, nonché dalla mutevole e mai totalizzante interpretazione del pensiero espresso nelle forme dipinte, il mondo perde i suoi rigidi e definiti connotati, divenendo un caotico turbine di immagini insensate ma tragicamente profonde.

Il dionisiaco ha travolto l’osservatore, il quale, incantato e stordito dai fumi dell’ebbrezza, rischia di perdere «il mondo animato della propria individuazione». A conferire nuova vita all’uomo tramortito sopraggiunge Apollo che, grazie al suo potere, rende illusione e immagine il groviglio informe di Dioniso, affinché l’individuo possa trovare nella bella immagine di sogno la consolazione metafisica a lungo ricercata. In Rothko l’apollineo non deve essere individuato nei colori chiari e luminosi o nei lineari rettangoli che scandiscono la tela, ma nell’umano gesto del battito di ciglia, il quale, come da un sogno turbolento e vorace, desta il dormiente di soprassalto che, consolato dalle forme familiari a lui circostanti, appare felice e turbato da quegli affascinati orrori di cui fu vittima e compagno d’amore. Nietzsche così parla della nascita della tragedia sedici anni dopo il suo concepimento iniziale e di quel ruolo dell’arte in cui Rothko trovò la propria ragione di vita: « […] ai miei occhi divenuti più vecchi, cento volte più viziati, ma nient’affatto più freddi; i miei occhi del resto non sono divenuti più estranei a quello stesso compito cui osò accostarsi per la prima volta quel libro temerario – cioè a vedere la scienza con l’ottica dell’artista e l’arte invece con quella della vita…».