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Tre giorni e non voleva smettere di piovere. Non una novità nella regione del South Oxfordshire. I vetri del pub schermavano gli occhi di Mrs Elizabeth. Le gocce nascondano le gambe dei passanti sporadici abbracciati sotto gli ombrelli. Intrecci di amorevoli passi umidi sul marciapiede grigio. Una tazza ti tè ormai tiepido e biscotti secchi di burro tra le dita ossute e affusolate. Sulle unghie tracce di uno smalto verde oliva che cominciava a sbiadire come il ricordo degli ultimi giorni passati con sua figlia Margherita. Rientrava a casa solo il tempo di farsi una doccia e dormire qualche ora, il resto della giornata lo trascorreva nel rassicurante schiamazzo di quel locale di fine ‘800 di legno di mogano e anni di alcool e disperazione. La vita degli uomini e delle donne le passava accanto, fantasmi di un’Inghilterra remota, composta e referenziale. La scuoteva solamente tanta vivacità, tale ardore. Le giungeva come una lontana eco di vitalità, come un qualcosa che una volta, tanto tempo fa, apparteneva anche a lei. Sfrigolava il bacon sulla piastra mentre le uova sulla piastra borbottavano impazienti. I camerieri come equilibristi sfilavano in corteo portando pinte di birra come calici regali. Dodici anni. Le mancavano i suoi occhi aperti a cercare la vita ed il mondo. L’azzurro più denso del colore sulla tela. La sua risata come mille campanelli e le fossette sulle guance. L’odore di miele e zucchero dei suoi capelli e quell’inesauribile voglia di fare.

«Gradisce altro tè signora?»

«Sì grazie, molto gentile. Ah, se possibile, mi porterebbe un plaid, una coperta, qualcosa? Mi si stanno congelando le gambe.»

«Senz’altro, torno subito.»

Un bassotto sotto una panchina cercava riparo tirando il guinzaglio del padrone con un impermeabile avana alla fermata del Pullman. La vita tratteneva il fiato in quel villaggio a Goring sul Tamigi. Arrivò il cameriere con un plaid a scacchi rossi e blu, Mrs Elizabeth ci nascose le gambe stringendo le ginocchia dove aveva incastrato le mani giunte per cercare ulteriore calore. Ad un tavolo vicino una coppia di giovani si scambiavano rapidi baci silenziosi e si sorridevano ogni volta che allontanavano le labbra cercandosi gli occhi. Lei aveva delle lentiggini come polvere di cannella sulla schiuma di un cappuccino.

«Mamma perché io non ho le lentiggini come te e la nonna?»

«Verranno anche a te.»

«Non è vero. E’ una bugia.»

«Ma se tu glielo chiedi alle stelle, forse un po’ di polvere questa notte ti si poserà sul viso e domani ti rialzerai anche tu con le lentiggini. Ora dormi.»

Furono le ultime parole che disse a sua figlia Margherita baciandola sulla fronte. Le riordinò una ciocca di capelli dietro le orecchie, la vide sorridere illuminata in quell’ultimo istante prima di spegnere la luce.

Sarebbe stata meglio con lui, con Mike, suo marito. Non aveva mai avuto dubbi su questo. L’aveva sempre sostenuta nella sua dipendenza, non l’aveva mai lasciata sola neanche nei momenti peggiori neanche dopo quel terribile episodio in cui aveva colpito a sassate in testa un senzatetto lasciandolo privo di sensi in mezzo alla strada. Se ne era occupato Mike anche quella volta, l’aveva portato al Pronto Soccorso. Suo marito l’aveva curata, tolta dai guai decine e decine di volte. L’amava. Era lei che non amava se stessa. Margherita era frutto di un amore giovane, immaturo ma intenso, fatto di stravaganze, di eccessi, di notti passate fuori casa al freddo, di fughe, di scatti di ira, di morbose attenzioni e soffocanti premure. Di tatuaggi e aghi infetti. Di tradimenti e Hiv a addio al sesso e lacrime e tanta violenza. Mike con le schiena piena di lividi per i pugni e i calci a fare da scudo ad un amore da proteggere. E poi i giorni bellissimi quelli dei picnic e delle gite, del verde e del mare. Dell’Isola di Wight e delle chitarre e Margherita sulle spalle di Mike e Elizabeth ancorata al braccio del suo uomo e i fiori nei capelli e il sorriso e gli occhi limpidi e le stesse fossette delle figlia e le lentiggini: l’anima della devozione di Mike per le sue donne.

Poi la Paura, come un mostro che prende possesso del respiro, dei muscoli, dei neuroni, cominciò a dimorare nei pensieri e nei gesti di Elizabeth. La bambina aveva sei anni quando sua madre non riusciva più a rimanere da sola nella stessa stanza con lei. Proiettava delle scene catastrofiche come reali incubi che viveva ad occhi aperti. Interveniva con affanno a riparare a danni irreversibili, con risultati inconcludenti ma tutto questo solo nella sua mente. Tutto nella realtà era statico. La sua bambina era sempre lì a giocare con le sue bambole sul tappeto mentre lei combatteva con fiamme, serpenti, pericoli di ogni genere, cataclismi mortali non alla portata del suo ruolo di genitrice e si disperava della sua impotenza gemendo e soffocando grida che le sconquassavano il petto rimanendo inerme nell’inespressività dei suoi occhi spalancati e vacui. Non ne aveva parlato con Mike, ne con nessun altro. Lasciò tutti e tutto. La sua Londra, sua madre. La sua famiglia. Un taglio netto. Cercando una nuova vita. Scomparendo in quel piccolo paesino nella campagna inglese dove nessuno l’avrebbe trovata.

Il tè si stava freddando di nuovo. Quanto tempo era passato? Pioveva ancora ovviamente. Il pub si stava affollando. Si avvicinava l’ora di cena. Due occhi fissi su Mrs Elizabeth. Erano gli occhi della ragazza con le lentiggini che si stava baciando con il ragazzo al tavolo vicino al suo. Ma ora non ridevano più. Una mazzo di rose dal gambo lungo giaceva immobile sul legno scuro. Elizabeth poggiò la tazza sul tavolo che si sbilanciò sul piattino dei biscotti, il tè si rovesciò bagnando il plaid. Elizabeth non si mosse. Neanche la ragazza. Continuava a fissarla.

Si riconobbero. Un incontro ancestrale di sangue e appartenenza. La ragazza raggiunse Elizabeth al tavolo e si sedette di fronte a lei. Il ragazzo non si mosse. Osservava la scena da lontano. La madre allungò una mano tremante e la passò tra i capelli della figlia che si scostò e le afferrò il polso stringendolo con forza. La fissò con estraneità e le posò il braccio sul tavolo facendo tintinnare il bracciale della donna sul legno. Una lacrima solitaria scalfì la guancia di Elizabeth sulla pelle coriacea.

«Ho una tua foto. Eri più bella.»

«Lo so.»

«Non parlare.»

«La tua voce me la ricordo. Solo quella, e il tuo profumo. Non ho fatto altro che cercarlo ovunque. Per casa. Sui vestiti. Nella notte. Nel cibo. Nella vasca da bagno. Nelle carezze degli sconosciuti… Tutto sommato me la sono cavata.»

«Lo so.»

«Non parlare ho detto! Tu non sai niente. Non puoi sapere. Anche se puoi provarci, non puoi neanche lontanamente immaginare come possa essere crescere con una madre che è viva e non ti vuole. Non puoi. Perché madri così, non esistono. O meglio non dovrebbero esistere. Però vedo che ti stai godendo la tua bella e tanto desiderata solitudine in questo posto dimenticato da tutti. Non provo pietà per te e lo sai perché? Perché io ormai non provo più niente, da moltissimi anni ormai e non c’è bisogno che ti spieghi il perché. Mi ha fatto piacere vederti. Così so che sei ancora viva. So che faccia ha la persona che mi ha reso così infelice. Vederti piangere non mi suscita nessuna emozione. Bene. Come dire, questo incontro è stato catartico. Ti auguro una buona giornata. Spero di non rivederti mai più.»

Margherita si alzò dalla sedia, raggiunse il suo ragazzo senza rivolgere neanche uno sguardo alla madre. I due ragazzi pagarono il conto, presero i fiori dal tavolo, si abbracciarono ed uscirono dal pub. Elizabeth rimase tutta la notte al tavolo infreddolita, mangiucchiando un Fish & Chips, la specialità della casa, senza sentirne il sapore.

All’alba, nella foschia del villaggio che dormiva, Mrs Elizabeth passeggiava con gli occhi che le bruciavano costeggiando il Tamigi. Si ritrovò fuori alla casa dove Fadi Fawaz trovò il suo compagno George Michael morto il giorno di Natale. Ormai meta di pellegrinaggio, la casa era circondata da centinaia di mazzi di fiori. Adagiate su di una pietra, Mrs Elizabeth riconobbe delle rose, le risultavano famigliari. Si avvicinò. C’era un biglietto:

“Da Margherita Per George: un’orfana che ha sofferto molto.”