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Tra nervi tesi ed esausti e fasci di muscoli sfilacciati e stanchi.

Avanzo.

Nei tessuti della contrazione emotiva, fra incerti passi in avanti e gambe asfaltate e rigide, prendo posizione. Mi muovo. All’apparenza fermo. In posa plastica, scaldato dai raggi del benessere o sotto una pioggia acida di sterilità.

E canto canzoni mute a bocca chiusa o grido sorridendo, i denti in bella mostra. Celo il battito del cuore al medico, porto a spasso la coccinella sul mio dito e la adagio dove il vento è lieve.

Poi mi sdraio, occhi al cielo e schiena all’inferno, infossato nella terra che chiede di me. Anelo al fiume che mormora ad un tiro di sassi dal mio corpo. È facile alzarsi ed andare a bere a quelle acque, dissetarmi a palmi uniti e freschi di ristoro, con la luce tra le mani e il mento unto di passione.

Poi cercare di disegnare sulla sabbia le orme dei tuoi piedi piccoli, che non ricordo più, affondare le unghie per riprodurre le tue minuscole dita. E poi lanciare un ramoscello ed aspettare che un cane lo riporti indietro, ma sono solo, sulla battigia della tua assenza.

Ho disegnato arcobaleni di cartone e colorato con polvere di sole sul foglio bianco della tua innocente vita. E poi ti ho affidato al mare, al Mare Nostrum, giovane Mosè nella cesta della disperazione. Ti ha voluto il dio Nettuno, non ha saputo resistere alle tue splendide risa e ha donato i tuoi riccioli color del grano per adornare le sue sirene. Ora canti, rispondendo al coro dei gabbiani sporchi di sangue e olio. Bianchi come la tua purezza, neri come la nostra colpa.

Addio, nei giorni della fuga e della incerta salvezza.