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Viviamo vite part-time racchiuse in un’umanità fragile e volatile.

Un mondo che tende al domani senza osservarsi, valutarsi, migliorarsi.

Il futuro è tutto ciò che ci è offerto: un domani senza connotazione alcuna che immaginiamo migliore di quel presente che non conosciamo, ma in cui riponiamo tutti noi stessi. In attesa.

Un’aspettativa che nasce da bambini nell’innocenza di quelle tre parole scandite, senza troppi pensieri, da coloro che ci hanno messo al mondo: “Quando sarai grande…”

Dimentichiamo il valore di queste nostre piccole vite, tesi come siamo verso il futuro. Non ricordiamo un unico giorno di vita adulta che non fosse dedicato all’attesa di qualcosa che sarebbe arrivato in seguito: una vacanza, una scadenza, un bacio.

La vita del domani vissuta in anticipo e quasi dimenticata ancora prima di iniziare. Un gioco di specchi premonitori/deformanti che non ci permette di vedere il riflesso delle persone che siamo, ma soltanto l’ombra confusa di ciò che desideriamo diventare.

Rifuggiamo la realtà del nostro presente in una spinta verso un’indifferenza, uno sdegno per ciò che vive intorno a noi e che non rispetta gli standard che abbiamo adottato come nostri. E ci scordiamo di ciò che ci rende tutti insostituibili, speciali: dove si è nascosta la nostra umanità? Siamo davvero stati in grado di nasconderla così bene da non riuscire più a riconoscerla in chi ci sta attorno? E arrivare al punto di rinnegarla?

Anche se non lo ammettiamo facilmente ad alta voce (o per iscritto), l’egoismo – che tanto quanto l’umanità ci caratterizza – si cela anche nel più innocente degli animi. E prende il sopravvento, portando via la nostra umanità, la nostra compassione per raggiungere una soddisfazione momentanea che poco ha a che fare con le persone che siamo davvero. Siamo davvero rimasti al punto di gioire delle sofferenze di un altro essere umano?

Innalziamo le nostre barriere nazionali, chiudendoci l’uno all’altro: uno scudo tinto delle nostre paure, del nostro egoismo, dei pregiudizi e delle fragilità. Cerchiamo conforto in quegli archetipi che abbiamo costruito nel corso della nostra storia, reinterpretandoli a seconda delle necessità. Celebriamo la memoria di coloro che hanno sofferto per la parte più oscura della natura umana, ma dimentichiamo, ogni giorno, di imparare dai nostri errori. Una velocità che ci rende aridi e obsoleti nello scorrere di un battito del cuore.

A coloro che, come me, sono cresciuti in un mondo senza barriere, auguro di fermarsi. Respirate, tornate a quelle radici dimenticate tra i libri di filosofia, e andate oltre, scoprite tutti quei pensieri sviluppati lontano dalla nostra cultura euro-centrica.

Vi invito a rispondervi: siamo davvero in grado di vivere in un mondo chiuso in sé stesso? Che non è forte a sufficienza per accogliere ed amare, ma che preferisce nascondersi nelle sue abitudini, nella familiarità di ciò che è conosciuto?

Non sarebbe forse il momento di essere coraggiosi? Come Valeria, Giulio, Fabrizia. Per noi stessi, per chi non conosciamo, per chi è venuto prima di noi, per chi verrà.