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La post-truth e l’attenzione sul fenomeno fake news sono oramai delle tristi old-news. Il caso delle presunte intromissioni del governo russo nelle elezioni americane, i leak di wikileaks che pendono verso i malvagi, il disastro della stampa italiana, delle sue copie invendute, del concorsone di Robinson con i suoi quasi 500 buoni di acquisto. Della Moric che sembra un troll e smerda sulla morte di Parlato.

Queste, chi più chi meno, sono le onde corte che ogni dì scuotono il web, piccole risacche che in moto perpetuo disegnano linee sulla sabbia, poi si ritirano, e tutto inizia da capo. Schiavi, non abbiamo scelta, spettatori a cui è stato regalato un biglietto, con l’obbligo di assistere allo spettacolo.

Abbiamo capito come la cura del vero, soprattutto nel giornalismo, nei media, non deve passare dal fomento di passioni e pregiudizi, abbiamo capito che non c’è più voglia di riflettere e discutere, perché ci sono veramente troppe cose di cui trattare.

E quindi della verità cosa rimane? Cosa sono i fatti?

Il Washington Post, con il suo “nuovo slogan” ci dice probabilmente qualcosa: l’informazione è un sistema complesso, non dispone di categoria od etichette, ma di processi e connessioni, verbi.

Illuminare, perché se muore la verità, muore la democrazia e se muore lei, moriamo tutti.