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Supermarket’s Taste

Il senso effimero del giudizio di gusto nell'epoca dei nuovi media

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«Noi abbiamo la coscienza di un’età laboriosa: ciò non ci permette di dare all’arte le ore e le mattine migliori, neanche se quest’arte fosse la più grande e la più degna. Essa è per noi cosa d’ozio, di ricreazione; noi le dedichiamo i resti del nostro tempo, delle nostre forze».

 

Nietzsche, nel secondo volume di Umano, troppo umano, si rivela, ancora una volta, profetico: l’arte, avendo mutato le proprie prospettive rispetto alla vita, è divenuta oggetto di “ozio e ricreazione”. L’arte contemporanea, come preannunciato dal filosofo tedesco, con la fusione fra opera d’arte e vita quotidiana ha condotto i suoi prodotti all’assidua esibizione di novità e divertimento.

John Baldessarri, famoso artista americano, ha portato avanti nei primi anni settanta del secolo scorso un gioco chiamato: Choosing (A Game for Two Players): Green Beans. Esso consiste nella scelta, da parte di un partecipante, di tre ortaggi estratti da un contenitore. Avvenuta la selezione, i vegetali sono posti su un piano e fotografati. Nel momento dello scatto l’artista ne indica uno con il dito senza una specifica motivazione. Il fagiolo prescelto vince sugli altri due e sarà nuovamente uno dei protagonisti dello scatto successivo. I restanti, una volta scartati, sono sostituiti con due nuovi fagioli scelti dal contenitore. Il gioco vedrà sempre un vegetale dominare sui propri “compagni” e volgerà al termine nel momento in cui tutti i fagioli saranno esauriti. Baldessarri, umoristicamente, decostruisce il gusto riconducendolo, in forza dell’apprezzamento ingiustificato per le sembianze di un fagiolo, a un mero giudizio da supermercato. La ridondanza della scelta, la monotonia dei soggetti presi in esame e l’irragionevole selezione degli ortaggi conduce all’irrinunciabile motore della composizione artistica: la noia.

L’arte nell’epoca dei nuovi media multimediali, paradossalmente, è in antitesi rispetto ai criteri da questa professati. La continua ricerca del bello e la febbricitante esibizione, in qualsivoglia prodotto, di divertimento e novità conducono, inevitabilmente, a un imbruttimento del mondo. Il giudizio di gusto riguardante il bello, trattato da Kant nella Critica della Facoltà di Giudizio, ha lasciato il posto al fantomatico like o, come afferma il filosofo tedesco, al piacevole: «ciò che piace ai sensi nella sensazione». Kant, nella terza Critica, avanza un fraintendimento di carattere estetico di cui, penso, sia tutt’ora vittima l’odierna società: «[…] tutto ciò che piace, per il fatto che piace, è piacevole». Tale scambio di significati ha come esito ultimo l’errata sovrapposizione fra bello e piacevole. Il giudizio di gusto, espressione di un sentimento universalmente comunicabile, è ridotto a un mero sentimento privato, il quale, legato al diletto, sorge per l’interesse nei confronti di un oggetto. L’umanità è in cerca, sfruttando le innovative piattaforme social, di immagini da valutare ed etichettare. L’interesse, destato dalle fotografie, ha un duplice carattere: quello del diletto riguardante il soggetto giudicante e quello del godimento riguardante il soggetto giudicato. Il primo è intrattenuto dalle forme e i colori che le immagini multimediali esibiscono di giorno in giorno e, attraverso l’impiego del like, conferma la presenza, nella società, del fraintendimento kantiano. Il secondo dimostra, a sua volta, la veridicità dell’asserzione del filosofo tedesco, eppure l’interesse che lo riguarda non mira al diletto ma al godimento. Infatti mentre l’interesse del giudicante è destato rispetto al diletto nel giudicare fotografie, l’interesse riguardante il giudicato risiede nel compiacimento e, dunque, nel godimento di quest’ultimo rispetto ai like assegnatigli dai giudicanti per l’esibizione delle proprie fisionomie. Tale processo di mutuo interesse conduce a un meccanismo reiterato che sfocia nella noia. Le immagini divengono pesanti, omogenee, ovvie. L’osservatore non vi indugia poiché l’interesse da queste suscitato è frivolo e passeggero. La società moderna consuma esteticamente le immagini. Esse possiedono, come scopo dirimente, quello di appagare il godimento e il diletto di milioni di osservatori, i quali, distrattamente, lasciano scorrere indifferenti miliardi di fotografie sotto i loro occhi. Lo scorrimento è il criterio di valutazione estetica contemporaneo: scorro distrattamente le foto di una rivista; scorro annoiato la bacheca di un social media; scorro, prima dell’entrata, il depliant di un mostra; scorro le opere d’arte non appena queste vengono fotografate. Tale mania dedita all’indifferenza elimina dal soggetto giudicante la facoltà di giudizio. Il puro atto contemplativo è miniaturizzato, se non annullato. Le immagini hanno perso il proprio carattere fluido; hanno smarrito i loro tratti eterogenei, mobili, sfuggevoli, cangianti. Esse non possiedono più quel non so che perché l’individuo ha smesso di attribuirglielo. Kant afferma, ancora nella terza Critica, che la bellezza non è un attributo proprio dell’oggetto giudicato e, non essendo fondata su concetti determinati, conduce unicamente a una conoscenza in genere. Il bello è attribuito dal soggetto all’oggetto rispetto alla forma di quest’ultimo. L’umanità è in preda a un Supermarket’s Taste: è degno di essere giudicato unicamente ciò che diletta e reca piacere. Come dentro un supermercato l’uomo ha dinanzi agli occhi centinai di scaffali e reparti dai quali scegliere i prodotti che più lo aggradano. Non v’è contemplazione, non v’è giudizio di gusto. L’unica domanda che insorge e rimbomba nei corridoi è: “Ti piace?”. Il senso effimero della questione di rivela nel successivo acquisto e nell’immediata consumazione del prodotto selezionato. Il giudizio di gusto è morto assieme al piano della sua applicazione, l’arte. Oggigiorno la banalizzazione e la commercializzazione delle immagini hanno reso ogni rappresentazione artistica un noioso prodotto da supermercato acquistato e consumato esteticamente.

La ridondanza della scelta, la monotonia dei soggetti presi in esame e l’irragionevole selezione degli ortaggi conduce all’irrinunciabile motore della composizione artistica: la noia.

Roland Barthes, nella Camera Chiara, afferma: «in un primo momento, per sorprendere, la Fotografia fotografa il notevole; ben presto però, attraverso un bel noto capovolgimento, essa decreta notevole ciò che fotografa. Il «qualunque cosa» diventa allora il massimo sofisticato del valore».