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Ah, l’estate, quel bel periodo in cui i quasi-trentenni in piena quarter-life crisis rimembrano con nostalgia la loro adolescenza, che all’epoca faceva schifo ma che adesso sembra El Dorado. In cima alla lista dell’amarcord dei Millennial c’è l’esame di maturità, un po’ perché era sinonimo di ultima estate decente da lì a molto tempo, un po’ perché ai tempi si pensava davvero che segnasse il passaggio ad una fantomatica età adulta, quando in realtà dopo quasi dieci anni non siamo ancora in grado di distinguere la lavatrice dei bianchi da quella dei colorati.

Ecco, io sono l’eccezione a tutta la stucchevole poetica da Venditti: già nel lontano 2009 la maturità l’avevo vissuta più che altro come una rogna da eliminare il più in fretta possibile, l’ultimo ostacolo al tanto agognato viaggio a Berlino. Del resto ero una discreta secchiona, ed avevo la certezza quasi assoluta che la materia in cui andavo peggio, la temutissima ginnastica – pardon, educazione fisica -, non sarebbe mai comparsa in terza prova.

Proprio alla ginnastica si lega l’incubo che ancora infesta le mie notti, lo scoglio quasi insuperabile della mia gioventù, il traguardo più sudato della mia carriera di abitante del Primo Mondo: l’esame della patente di guida. La prova pratica, per la precisione.

Mentre amici incapaci di risolvere un’equazione o descrivere il pensiero di Kant manovravano il volante come se ci fossero nati, io dimostravo la stessa disinvoltura del capitano del Titanic un attimo prima del frontale con l’iceberg. D’altronde, le mie doti di coordinazione e visione spaziale erano, e sono tuttora, pari a quelle di qualche animale esotico: probabilmente in un habitat fatto di nuvole di zucchero filato mi muoverei con estrema scioltezza, ma nel mondo reale precedenze, marciapiedi e parcheggi mi mettono a mio agio quanto un plotone dell’Isis. Ero talmente imbranata che, contrariamente ai miei coetanei che si iscrivevano a scuola guida ancora sbronzi dalla festa dei diciotto anni, io avevo aspettato ben un anno prima di affrontare la faccenda, facendola così coincidere proprio con gli esami di maturità. Ed è qui che l’esame di guida assume i contorni dell’epica, anzi, della grande letteratura; francese, per la precisione.

Avete presente i professori che arrivano alla fine dell’anno con ancora mezzo programma da fare? Ecco, il mio professore di francese non faceva eccezione. Indiscutibilmente colto, indubbiamente preparato, aveva però la capacità di rendere opprimente persino il camembert; figuratevi gli autori un po’ depressi di metà Novecento. Figuratevi Camus. Figuratevi L’Étranger. Figuratevelo spiegato a maggio inoltrato, in piena pianura padana, in un’aula dove il condizionatore non veniva neppure nominato. Figuratevi l’episodio dove il protagonista è sulla spiaggia, accaldato, sudato, esasperato e a una certa esce di testa e decide di uccidere l’arabo.

Avete chiaro il quadro? Bene, ora immaginate, un’ora dopo la suddetta spiegazione, alle due di un pomeriggio senza nuvole, senza aria e con una temperatura percepita di cento gradi, di dover sostenere un esame di guida, e di non saper nemmeno fare una capriola. Immaginate di essere l’ultima dell’elenco, e di vedere venir bocciati uno dopo l’altro i disperati prima di voi. Per l’occasione, ritenendo che l’esaminatore fosse una specie di mega direttore galattico, avete ben pensato di indossare pantaloni neri e camicia bianca, in pratica un sudario. Oltre che tesi, siete pure pezzati.

Salite. Inserite le chiavi. Partite. La macchina fa un verso strano, balza in avanti di un metro e si spegne con uno sbuffo. Respirate. Intravedete nello specchietto il vostro istruttore scuotere la testa sconsolato. Ripartite. Bruciate un semaforo rosso per un secondo. Inchiodate sulle strisce per far passare una vecchietta infida comparsa all’ultimo. Fate il pelo al marciapiede. L’aria è pervasa da un piacevole olezzo di frizione bruciata. Fate finta di niente, cercate di spegnere con discrezione le quattro frecce che lampeggiano da una mezz’ora abbondante, simulate disinvoltura accendendo l’autoradio, venite cazziati, la spegnete, svoltate. Siete ormai un tutt’uno con la camicia, avete le chiazze incollate al sedile in simil pelle, e già state calcolando quanti soldi dovrete ancora sborsare prima di ottenere il tanto agognato tesserino rosa, quand’ecco la parola magica: “Accosta”.

Peccato solo che nelle tracce di maturità di quell’anno L’Étranger non ci fosse neanche per sbaglio, perché credo avrei fatto faville. Altro che lo straniamento di Svevo, le personalità di Pirandello, la filosofia di Leopardi; il personaggio letterario a cui mi sono sentita più affine durante i miei ventisette anni è stato quel poveraccio sudato, alienato e smanioso di ammazzare tutto ciò che incontrasse sulla sua strada.

Ma torniamo all’esame, quello serio: siete pronti a beccarvi la sgridata e l’annesso “ci vediamo la prossima volta”, ma tutto a un tratto sentite pronunciare delle paroline magiche, tanto fuori luogo quanto ristoratrici: “sei un disastro, ma pure la più carina della giornata; ecco la tua patente”. Il vostro animo sussulta, un ultimo residuo di dignità vi spinge a uscire dalla macchina sdegnati, ma interviene il vostro istruttore – e a posteriori, mai mossa fu più saggia; che vi sibila in un orecchio “firma e vattene”. Un po’ come se sulla spiaggia di Camus fosse comparsa una sirena e avesse detto al suo personaggio “suvvia, posa quell’arma e fatti una nuotata”. Certo, oggi avremmo un capolavoro in meno, ma il nostro probabilmente avrebbe vissuto più sereno. Straniati, fate esattamente ciò che vi viene detto: sfoderate un sorriso smagliante in barba a ogni conquista femminista, arraffate il cartellino rosa, fate uno scarabocchio, vi catapultate fuori da quell’ammasso infernale di lamiera e decidete che passerete il resto dei vostri giorni in una città con una rete di mezzi pubblici efficientissima e un sacco di piste ciclabili. Perché tutto sommato, di étranger ne basta uno. E andate a prenotarvi il volo per Berlino, che tanto la tesina di maturità al confronto è una passeggiata sulla spiaggia – oddio, meglio nel parco.

 

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Francesca Berneri

Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all’Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l’opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l’Institut d’Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi.
Ama l’arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere “part of the conversation”.