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«Quando si parla di volontà di potenza, ci si riferisce in primo luogo a un filosofema di Nietzsche, in secondo luogo a un suo progetto letterario. La definizione della volontà di potenza, preparata fin dal 1880 dalle riflessione sul senso di potenza in Aurora e nei frammenti postumi contemporanei, si trova svolta nella seconda parte di Così parlò Zarathustra, e precisamente nel capitolo Della vittoria su se stessi».

Mazzino Montinari, uno dei più illustri (assieme a Giorgio Colli) studiosi di Nietzsche,  mostra, nel suo volume Cosa ha detto Nietzsche, come il tema della volontà di potenza, in forza della sua complessità filosofica, non è una questione che sorge nel pensiero del filosofo tedesco all’indomani della pubblicazione del suo Zarathustra. La volontà di potenza, innegabilmente, sarà sviluppata e discussa da Nietzsche nelle opere messe per iscritto nel periodo che precede la follia (1885-1889); eppure le fondamenta di tale tematica incominciano a delinearsi solo quattro anni dopo la pubblicazione delle Considerazioni Inattuali e all’indomani dell’abbandono della metafisica schopenhaueriana e del misticismo di Wagner.

Differentemente dalla lettura di Montinari, penso che un preludio alla volontà di potenza possa essere ritrovato nelle pagine iniziali del primo volume di Umano, Troppo Umano (1878). Il capitolo in cui trapelano, fra le righe, gli albori di una tale tematica è intitolato: Per la storia dei sentimenti morali. Tale denominazione è assai simile al sottotitolo che accompagna il volume Aurora (1880): Pensieri sui pregiudizi morali. L’affinità delle intestazioni e delle tematiche, nonché la pubblicazione del secondo volume di Umano, Troppo Umano (1879), permette di cogliere, in un primo momento, l’origine della tematica della volontà di potenza.

Quest’ultima, sia in Umano, Troppo Umano che in Aurora, è radicalmente associata all’ambito della morale. «Essere morale, costumato, etico, significa portare obbedienza a una legge o usanza anticamente fondata. Che ci si sottometta con sforzo o di buon grado, è qui indifferente, basta che lo si faccia». Essere obbedienti significa sottostare a qualcuno o a qualcosa, il quale, esercitando potenza, attua un’azione coercitiva su chi è sottoposto a un tale esercizio. Nell’ambito della tradizione, del costume, viene considerato buono chi segue, con piacere o meno, i dogmi della morale; differentemente, è cattivo chi, andando contro i “tu devi”, individualmente agisce in maniera libera. La morale, o l’etica, esercita, dunque, potenza su chi ad essa è sottoposto, ma, al contempo, anche l’uomo morale, il costumato, esercita potenza sulla realtà circostante (natura, uomini, animali, arte, Stato). Nel paragrafo 102 di Umano, Troppo Umano, Luomo agisce sempre bene, Nietzsche afferma: «Ogni morale ammette che si faccia legittimamente del male per legittima difesa: cioè quando si tratta della propria conservazione». Viene definita conservazione la capacità dell’individuo di procurarsi piacere tenendo lontano il dolore; gli enti esterni del mondo, per loro naturale esigenza, tendono a imporsi sugli altri, ma, in forza dell’autoconservazione, in questo caso, l’uomo, riesce a ottenere piacere (mantenersi in vita, aumentare i propri spazi d’azione) arrecando, innegabilmente, dolore all’altro. Ma perché mai l’agire morale dovrebbe arrecare danno all’altro? Non dovrebbe l’etica essere, come la tradizione suol dire, buona? «Se in genere si ammette come morale la legittima difesa, si devono allora ammettere come legittime quasi tutte le manifestazioni del cosiddetto egoismo immorale: si fa torto, si ruba, si uccide per conservarsi o per difendersi, per prevenire il male personale; si mente, dove astuzia e dissimulazione sono il giusto mezzo per la propria conservazione.

Fare il male intenzionalmente, quando si tratta della nostra esistenza o sicurezza (conservazione del nostro benessere), viene concesso come morale». Il paradosso della morale risiede nella presunta immoralità che in essa è velata, occultata. Si pensi al cristianesimo: il messaggio evangelico professa un’ideale di vita dedito all’integrità morale e intellettuale in cui l’interesse per i beni terreni viene messo da parte a favore di un’esistenza ascetica, contemplativa e pauperistica. La storia della religione cristiana, differentemente dal credo evangelico, ha mostrato come la politica portata avanti dalla chiesa e dai papi sia stata, nella maggioranza dei casi, violenta e utilitarista.

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Cos’è in fin dei conti l’eresia se non il tentativo, messo in atto dal cristianesimo, di conservarsi?

Il tribunale dell’inquisizione, le crociate, roghi e torture, non rispecchiano forse il mantenimento del piacere della chiesa europea e l’allontanamento di un dolore, arrecato, a sua volta, ai  protagonisti dei differenti movimenti eretici? Eppure, malgrado il dolore inferto, la morale giustifica il suo agire né come crudele, né come cattivo, poiché può essere considerata come male unicamente la consapevolezza del danno e degli esiti che una determinata azione può arrecare in chi la subisce. «Dunque: nel far male per cosiddetta cattiveria, il grado del dolore prodotto ci è in ogni caso ignoto; ma in quanto c’è nell’azione un piacere (senso della propria potenza, del proprio forte eccitamento), l’azione accede per conservare il benessere dell’individuo e cade quindi sotto il punto di vista simile a quello della legittima difesa, della legittima menzogna. Senza piacere non vi è vita; la lotta per il piacere è la lotta per la vita».

Nietzsche, per concludere, in Umano, Troppo Umano, considera ogni società radicata e vincolata entro una morale che, variando di popolazione in popolazione, muta, in seno alle proprie tradizioni, il senso di buono e cattivo. Il mondo, in quanto permeato da costumi del più vario genere, è segnato da continui conflitti per ciò che è bene e ciò che è male. Gli scontri, sostenuti dall’inconciliabile contrapposizione di differenti gerarchie morali, non volgeranno mai a una pace stabile e veritiera, ma giungeranno, periodicamente, a situazioni di stallo e di tesa tolleranza. L’esistenza dei popoli è stata, fin dai suoi albori, segnata da dinamiche di potenza in cui la conservazione e il piacere di un pensiero morale dipendeva, unicamente, dall’allontanamento del dolore e dal danno inferto a chi, come molti, tentava di imporsi e affermare la propria potenza. «[…] se l’individuo combatte questa lotta in modo uomini lo dicano buono, o in modo che lo dicano cattivo, di ciò decide la misura e la conformazione del suo intelletto».