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Iniziò dal naso. In un primo momento era solo un lieve prurito che interessava la parte interna della narice sinistra, un semplice formicolio appena percettibile che si diffondeva lentamente e con cautela tra i bulbi piliferi mezzo assopiti, ma che presto interessò le vibrisse più facilmente suggestionabili, facendole oscillare nervosamente. Il suo grosso dito penetrò furtivo nell’oscura cavità dopo un’elaborata azione diversiva (c’erano persone di riguardo intorno, bisognava essere prudenti) e si mosse rapido e sicuro, sfregando con competenza tutta l’area interessata fino all’apparente estinzione di ogni attività elettrica.

Un lieve respiro di sollievo accompagnò l’azione, mentre le sinapsi interessate si congratulavano a vicenda per lo scampato pericolo: uno starnuto, in quella situazione così delicata, avrebbe prodotto conseguenze imbarazzanti per la reputazione e la dignità del soggetto portatore, soprattutto considerando la vicinanza di quest’ultimo al vassoio dei pasticcini appena sfornati che veniva fatto circolare proprio in quel momento tra gli invitati al cocktail party, già pronti ad abbandonarsi senza ritegno alla crapula saccarifera.

Forse fu proprio l’eccesso di sicurezza a tradirlo. Certo di aver superato il momento critico, l’uomo (poiché di un essere della specie umana si trattava, bruno, peloso e corpulento, dell’apparente età di 35-40 anni) si era incautamente avvicinato ad un gruppetto di dame ingioiellate che spettegolava nei pressi, con lo scopo di accaparrarsi la benevolenza della più giovane e graziosa del mazzo, che era incidentalmente anche la consorte del direttore generale dell’azienda presso la quale il peloso individuo era impiegato.

Il nuovo spasmo lo colse nell’attimo esatto in cui si stava ficcando in gola una mastodontica bavarese appena prelevata dal vassoio. Lo zucchero a velo che la sormontava, aspirato con incauta avidità, investì i ricettori del nervo parasimpatico che reagì furiosamente, scatenando la belva che si era assopita dentro di lui, e le sue fragili difese furono travolte.

Vi fu uno scoppio, una deflagrazione assordante, un’esplosione di incontenibile potenza. Gocce di saliva, filamenti di muco e frammenti di cibo semi-masticato vennero proiettati nell’aria coprendo un raggio di circa quattro metri, una gittata più che sufficiente per far giungere i suddetti schifosi materiali sui palpitanti décolleté delle tre signore. Un muggito d’orrore si levò dai loro petti, mentre l’uomo lottava strenuamente con se stesso per contenere le nuove scariche che si andavano preparando tra naso e gola. Allo stesso tempo, lo sventurato, borbottando scuse incomprensibili, cercava goffamente di rimediare al disastro agitando un tovagliolo di dubbia reputazione verso i floridi seni delle tre dame ululanti. Era quasi riuscito a raggiungerle quando si arrestò in mezzo alla sala col volto paonazzo, un’espressione di sconfinato terrore nello sguardo.

Un cameriere cercò di contenerlo, ma invano. Il secondo starnuto lo colse in pieno, facendolo ruotare su se stesso e sollevandolo da terra come un fuscello. Sospinto da una mano invisibile, il corpo dell’onesto inserviente (mai un’assenza in vent’anni di duro lavoro, socio ACI da una vita, una sola scappatella con la moglie del gelataio della quale nessuno, a parte forse i due diretti interessati, si era mai accorto) descrisse nell’aria una parabola perfetta che andò a spegnersi tra le braccia frementi del capocuoco, noto onanista compulsivo. La torbida storia che ne nacque esula dalle competenze proprie del presente racconto.

In preda al panico, la folla iniziò a sbandare. Molti cercarono rifugio sotto i tavoli addossati alle pareti, così che al centro della stanza venne a crearsi un vuoto occupato dalla massa palpitante dello starnutatore e dalle tre donne inzaccherate e urlanti.

«Io non… io non…» ansimava l’uomo senza riuscire a concludere la frase, mentre le tre infelici si inserivano negli intervalli tra un’emissione e l’altra con vocalizzi non privi di una certa grazia, quasi si sentissero protagoniste di un melodramma sconclusionato che fosse un po’ sfuggito di mano alla regia.

Una voce tonante scosse l’aria, e un nuovo personaggio irruppe sulla scena. Era un uomo se possibile ancora più corpulento del precedente, dal cranio pelato e dai lunghi baffi spioventi. Mosso da un’ira incontenibile, costui avanzò a lunghi passi verso il centro della stanza, agitando il pugno in direzione dello starnutatore e apostrofandolo con oscure parole gravide di minaccia.

«Ghermirotti, Pappafava!» urlò a voce spiegata. E poi, un’ottava più sotto: “Tel giuro!”

L’altro lo fissò terrorizzato, continuando meccanicamente a ripetere il suo: «Io non…», infine riuscì con enorme fatica a formulare una frase di senso compiuto:

«Direttore… io non… volevo!», pronunciata la quale scoppiò in un pianto dirotto.

Un sospiro di sollievo si levò dagli astanti. Ora le cose si facevano più chiare: l’uomo al centro della sala (tal Ghermirotti, o magari un qualche ragionier Telgiuro) altri non era che un dipendente dell’energumeno coi baffi, e aveva evidentemente commesso qualcosa di imperdonabile che aveva a che fare con le tre donne, visto che le medesime, sempre bloccate sul posto, avevano reagito all’ingresso dell’omaccione con grida di giubilo accompagnate da frenetici movimenti di richiamo nella sua direzione.

«Or giungo, o diletta!» proruppe quest’ultimo rivolgendosi ad una di esse. E poi, di nuovo verso l’uomo in lacrime, con voce baritonale e tono sempre più minaccioso:

«Raccomandati l’anima, Pappafava, la tua ora è giunta!»

Nel realizzare quale fosse il vero nome dello starnutatore, gli spettatori di quel dramma dozzinale si sciolsero in una fragorosa risata, che di certo alleviò l’intollerabile tensione che si era creata nella sala, ma non migliorò l’umore dell’uomo che ne stava al centro. Come un bimbo colto in fallo, costui si fece rosso per la rabbia e, nel tentativo di contrastare l’ondata di derisione che minacciava di travolgerlo, annaspò alla ricerca delle parole giuste per esprimere la sua protesta e il suo sdegno. Nel far ciò, inalò una quantità così spropositata di aria da gonfiarsi come uno di quei palloni aerostatici che talvolta si incontrano nelle fiere di paese. Lo si vide agitare le braccia in preda al panico, cercando di mantenersi in equilibrio sulle punte dei piedi come se temesse di sollevarsi in volo, e poi roteare disperatamente gli occhi intorno, alla ricerca di un appiglio a cui ancorarsi.

La platea, di nuovo ammutolita, seguiva col fiato sospeso l’evolversi della situazione. Anche l’energumeno si era arrestato, improvvisamente indeciso, il pugno minaccioso ancora levato nell’aria. Il silenzio, denso come una nebbia fuori stagione, era rotto soltanto dallo squittio prodotto dalle ugole delle tre donne che, incapaci di muoversi, continuavano a restare incollate al pavimento a tre metri circa di distanza dallo sventurato.

A proposito del quale sarà necessario aggiungere qualche particolare non del tutto rassicurante. Il suo viso, quasi raddoppiato di volume, stava infatti subendo una serie di mutazioni cromatiche che non lasciavano presagire nulla di buono. Al rosso ciliegia provocato dall’accesso di rabbia iniziale era infatti subentrato un color vinaccia – sintomo di imminente asfissia – che si stava pian piano trasformando in un sinistro, impresentabile viola melanzana, un colore spesso associato alla carnagione dell’impiccato e dal quale si dice non vi sia ritorno.

Il primo ad accorgersene fu l’omaccione coi baffi. Un tremito lo scosse, facendone ondeggiare la vasta pappagorgia.

«Numi del cielo! Aita!» profferì con voce malferma, ma poi, vedendo che nessuno lo capiva, sbottò in un:

«Sta per scoppiare, si salvi chi può!» che esplose come una bomba nel silenzio estenuato della sala. Esattamente dopo quattro secondi i sismografi registrarono il terzo e ultimo starnuto.

Fin qui la narrazione, che abbiamo ricavato dalle dichiarazioni di alcuni testimoni diretti, presenti sul luogo in cui si svolse l’evento catartico – avvenuto ormai dieci anni fa – al quale gli storici fanno risalire l’inizio del Grande Spappolamento (detto anche, con una certa compiaciuta esagerazione, Fine del Mondo).

Non ci attarderemo a descrivere nel dettaglio le conseguenze di quella disastrosa emissione muco-salivare, ne’ torneremo ancora ad elencare le sciagure che si abbatterono in seguito sulla disgraziata popolazione e sull’intero fottuto ambiente. Il nostro compito è quello di riportare un po’ di verità nel mare di bubbole e fake news che nei giorni seguenti si rovesciò sugli ignari e terrorizzati cittadini del Villaggio Globale, o meglio su quelli che riuscirono a superare quel difficile weekend.

Iniziamo dai fatti più contestati. E’ ormai assodato che attorno al cratere provocato dalla deflagrazione furono ritrovati alcuni superstiti (nella fattispecie, le tre signore ormai afone), ma è del tutto falso, ad onta dei guardoni del Web, che l’onda d’urto le avesse lasciate in mutandine e reggiseno. Così come falsa è la leggenda della loro conversione al culto del dio Baal, messa in giro dagli ultimi tre adepti di quella setta crudele e ormai quasi dimenticata. Risponde al vero, invece, la notizia dello sterminio di tutti i piccioni residenti nell’area (circa ventimila), come pure l’inspiegabile scomparsa di intere categorie professionali (dentisti, dietologi, operatori dei call-center e naziskin, più un numero imprecisato di melomani dilettanti). Le ragioni di questa strage selettiva sono state indagate a lungo senza che si sia giunti ad una spiegazione soddisfacente. E’ un mistero che rimane chiuso nel corpo mistico di Colui Che Esplose (CCE), come da allora venne chiamato l’uomo dei tre starnuti. Forse può interessarvi sapere che oggi, Egli, è considerato non più un catastrofico agente distruttore, ma una sorta di illuminato profeta, portatore di una Rigenerazione la cui portata è ancora difficile da comprendere. I Suoi resti, meta di incessanti pellegrinaggi, sono sepolti in una cinquantina di luoghi diversi sparsi nella regione. Lasciateci aggiungere che il nostro distretto vanta con legittimo orgoglio il brandello (quattro vertebre cervicali praticamente intatte) di gran lunga più consistente.

Come riportato da numerose testimonianze, dell’uomo coi baffi restò soltanto l’ombra. Nitida sul pavimento vetrificato dall’esplosione, col pugno ancora proteso nell’aria. Anche attorno alla sua ambigua figura, a cui fu dato il nome de “L’Oppositore”, è nato col tempo un culto misterico praticato da una fanatica minoranza. I suoi adepti si incontrano di notte per non incappare nei controlli della Sorveglianza, ma anche per non farsi sputare addosso dai seguaci di CCE. Riuniti in spelonche, gli Oppositori si urlano reciprocamente in faccia frasi violente ed enigmatiche che traggono da certi smilzi “Libretti d’Opera” di origine sconosciuta. Dopo un paio d’ore di assurdo vociare, di solito essi si chetano e tornano in silenzio alle loro case.

Tutti i testimoni comunque concordano sul fatto che i danni rilevati quel fatidico pomeriggio di dieci anni fa (poche migliaia di morti e alcune decine di edifici distrutti) furono piuttosto modesti. Ci teniamo a precisarlo per confutare sciocche dicerie e falsi catastrofismi. I veri problemi iniziarono nella tarda serata, quando i servizi segreti del paese confinante, messi in allerta dal boato, si rifiutarono di credere che si trattasse di un fatto accidentale, e misero subito a morte il fratello minore del loro suscettibile leader, condannato per il solo fatto di aver starnutito in sua presenza senza coprirsi la bocca con la mano (vedasi alla voce La congiura dello starnuto, su Wikipedia).

Questo fatto increscioso provocò la chiusura delle frontiere, il blocco dei mercati e la reazione furibonda delle multinazionali del tabacco da fiuto, che videro crollare drasticamente le vendite del loro prodotto, accusato di favorire la sovversione. Di lì al lancio della prima bomba nucleare sul paese confinante il passo fu breve (complice la legge sul riarmo, approvata l’anno precedente, che consentiva l’acquisto di armi nucleari con la semplice presentazione della carta d’identità).

A causa del complicato intreccio di alleanze che nessuno rammentava più con precisione, il lancio delle rispettive atomiche continuò per tutto il weekend, con brevi pause dedicate ai pasti e alla visione dei rispettivi show televisivi. Il resto è storia tristemente nota.

Ma noi vogliamo concludere questo nostro scritto con una parola di speranza.

D’accordo, i terreni radioattivi non saranno coltivabili per i prossimi duecento anni, e gli animali rimasti sono contornati da un alone luminoso che non invoglia all’appetito, ma è pur vero che non si sono mai visti tramonti così spettacolari, e che diventa sempre più difficile perdersi nei boschi ora che tutto quel fastidioso fogliame è stato eliminato per sempre. Non dimentichiamo poi che le connessioni Internet sono rimaste praticamente intatte, così come lo sterminato archivio informatico accumulato negli anni. E ciò che difetta alla natura reale può essere ampiamente compensato dalla realtà virtuale: giochi, musica, fiction, avventure iper-realistiche in 3D, approfondimenti e inchieste, porno a go-go, ricette esclusive, e così via…

Perché allora continuare a disperarsi? Non mancano i motivi per essere ottimisti e guardare al futuro con fiducia!

Noi attivisti di Guardare avanti , autori di questo pamphlet con il quale abbiamo ripercorso la vera storia di questi ultimi dieci anni, invitiamo tutti i sopravvissuti ad aderire alle nostre iniziative per rendere più bello e abitabile questo nostro mondo. Come? Le idee non ci mancano: rieducazione mentale, lavoro collettivo, farmaci euforizzanti, auto-ipnosi e tante altre attività ricreative di cui nemmeno sospettate l’esistenza.

Avvicinatevi con fiducia alla Sorveglianza e chiedete di noi senza timore. Venite a trovarci nei nostri centri, contrassegnati dal simbolo di un bicchiere mezzo pieno in campo verde, e cambiate la vostra vita! Fermiamo il Grande Spappolamento, e facciamolo insieme! Vi aspettiamo.

P.S.

Attenzione: guardatevi dalle contraffazioni e dai falsi. Alcuni sciagurati che si presentano come “Oppositori” cercheranno di ingannarvi attirandovi in luoghi che acuiranno la vostra tendenza alla depressione. Si tratta di disfattisti che, con la scusa di aprirvi gli occhi, vi riempiranno la testa di idee distorte e demoralizzanti. Di solito sono di aspetto repellente ed emanano un forte fetore, ma se non li riconoscete subito (sono molto, molto furbi) fate attenzione al loro simbolo (un bicchiere mezzo vuoto in campo verde) ed evitateli come la peste. Se potete, sputategli addosso senza pietà.

Che Colui Che Esplose sia con voi!