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È una storia d’altri tempi, quella raccontata da Matteo Righetto nel suo ultimo romanzo edito da Mondadori, uno dei veri casi editoriali degli ultimi  anni, i cui diritti di traduzione sono stati venduti in dieci paesi ancor prima dell’uscita in libreria.

Ci sono paesi che sanno di sventura. Si riconoscono respirando la loro aria torbida, magra e vinta come tutto ciò che è fallito”

Ci troviamo di fronte a un western in salsa veneta ambientato a fine ‘800, nell’alta Val di Brenta, a Nevada dove la famiglia De Boer, padre, madre e tre figli, coltiva e produce tabacco con sacrifici di anno in anno sempre maggiori. Ma tutto ciò non basta a garantire loro la sopravvivenza. Per questo, il capo famiglia Augusto, uomo ombroso e taciturno, gran lavoratore, decide di rischiare e di darsi al contrabbando delle eccedenze sulla frontiera con l’Austria.

I suoi sono viaggi intrisi di rischi, e di altrettanta solitudine, fino a quando la Jole, la figlia maggiore con cui ha un rapporto di profonda intesa, cementata da lunghi e imperscrutabili silenzi, accompagnerà il padre attraverso la frontiera per commerciare il prezioso tabacco.

E sarà la stessa Jole, anni dopo, a seguito della scomparsa misteriosa di Augusto, a proseguire il lavoro del padre, intraprendendo un viaggio di formazione che ne farà una donna, un’eroina costretta a fronteggiare un mondo maschio e animale, le cui dinamiche si dipanano attraverso le trame della menzogna, della violenza e delle leggi non scritte, in cui il peso della vita umana si misura in base al piombo di una pallottola.

Righetto ricorre alluso di una prosa scarna ed essenziale per quanto lirica ed evocativa, in grado di rendere epica e solenne la maestosità di una natura non di rado impraticabile e ostile, la durezza estrema delle condizioni di vita dei coltivatori di tabacco, l’emigrazione forzata per il contrabbando delle eccedenze come ostinata resistenza ai soprusi.

E pare proprio di assistere a uno di quei film di genere western, in cui le ampie panoramiche in campo lungo sulla natura ruvida e nemica si alternano ai dettagli sui protagonisti. Sembra quasi di sentirsi addosso la polvere, la puzza di sudore, i morsi della fame così come il rumore dei corsi d’acqua, i versi degli uccelli, il sibilo del vento tra gli alberi.

Ma il romanzo è soprattutto, a mio avviso, una storia d’amore tra un padre e una figlia, una primogenita a cui, in una maniera di sicuro inedita per l’epoca, viene trasferito senza sconti il senso della famiglia, del lavoro duro e della responsabilità assieme all’eredità incalcolabile del sapere le cose del mondo, per affrontarlo con piglio e lucidità, nel tentativo di non soccombere.

Il concetto di frontiera si snoda, dunque, su più livelli: da quello fisico a quello sociale passando per quello etico. La frontiera è la linea di demarcazione tra due territori, tra le classi sociali, tra il bene e il male. Tra un prima e un dopo. È lo spartiacque di ciò che era e di ciò che sarà, un filo sottile su cui si sta in equilibrio instabile giusto il tempo di lasciarsi cadere, per andare oltre. O per tornare indietro.