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S.

Uno sguardo veloce alla stanza: letto matrimoniale, copriletto beige, tende gialle a motivi floreali, una piccola scrivania, una sedia, un armadio a un’anta. Tutto da copione, un’anonima stanza d’albergo, asettica e mesta per chi vuole scomparire, confondersi in questi colori scialbi, ma forse mi va bene così, non voglio che abbia nessuna attrattiva, deve essere solo un luogo  di passaggio. La mia casa, la mia vita sono in un altro luogo che ho momentaneamente lasciato.

Controllo il bagno, piccolo ma in ordine e comincio a riporre le poche cose che ho portato.

Sono stanca ma non ho voglia di mettermi a letto, troppe cose sono successe, mi stendo sopra le coperte ancora vestita e a occhi aperti   ripenso a tutto quello che mi ha portato qui.

Ho ancora nel cuore quell’ansia lacerante che giorno dopo giorno mi ha fatto compiere questo gesto: sono scappata dalla mia vita, senza avvertire nessuno, sparita.

Penso agli anni vissuti con lui, al suo brutto carattere, ai suoi momenti di tenerezza, alla sua ira improvvisa, alla sua gelosia che si sprigionava violenta senza motivo  e alla forza e determinazione che ho avuto nel decidere di lasciarlo. E’ stata una decisione difficile, pensavo di non poter vivere senza di lui, speravo sempre che dopo le sue violente sfuriate e il suo successivo pentimento, qualcosa cambiasse.

Anche la sua reazione mi ha stupito: aveva rispettato la mia scelta e pur dicendo di amarmi mi aveva lasciato andare.

Era seguito un periodo di solitudine, di dolorosa riflessione sulla nostra burrascosa relazione che mi aveva lasciato un grande vuoto di affetti.

Mi resi conto che avevo vissuto solo per lui e come voleva lui.

Tornai a parlare con mia sorella  che avevo sempre lasciato fuori dai miei problemi, per pudore e perché si cerca sempre di salvare le persone più care dal peso del nostro dolore, telefonai a qualche amica dell’università e cominciai a uscire con loro, a riprendermi la mia giovinezza, la mia gioia di vivere.

Poi sono iniziate le telefonate, ingiuriose, insistenti, invadenti,  giorno e notte.

Decisi di rivolgermi alla polizia.

Nessun risultato, le telefonate provenivano sempre da luoghi diversi, era impossibile risalire all’autore.

Nessuno ha potuto aiutarmi.

Staccai il telefono, quel volontario isolamento  stranamente non mi tranquillizzava, mi sentivo ancora spiata ed ero terrorizzata di rientrare a casa. Cercavo di giungervi prima del tramonto, dopo l’ufficio, di corsa, due mandate alla porta e  me ne stavo in silenzio a scrutare i suoni esterni.

Ero angosciata.

Ieri la decisione, come quella di lasciarlo, repentina.

Ho chiesto due settimane di ferie in ufficio, ho telefonato a mia sorella dicendole che non ci saremmo sentite per un po’ dovendo assentarmi per lavoro, ho messo in valigia alcune cose, ho preso la macchina ed ho raggiunto quest’albergo che mi ricordavo di aver visto passando dall’autostrada: una  costruzione moderna, circondata da un grande parcheggio e da uno spiazzo abbandonato in attesa di qualche permesso di edificazione, il luogo adatto per scomparire.

Nessuno sapeva  del posto dove mi trovavo, doveva essere la mia isola segreta per riprendere fiato.

Ormai sono qui da alcune ore, trascorse in un attimo in compagnia dei miei pensieri, fuori si è fatto buio e senza accendere la luce m’infilo sotto le coperte, chiudo gli occhi e aspetto che giunga il sonno.

 

 

D

Sono le sette, accidenti come punge questo freddo, non vedo l’ora che tolgano l’ora legale, almeno quando mi alzo non trovo tutto questo buio. Non mi sono ancora abituata a uscire di casa con il buio, quando ancora i miei dormono, mi dispiace che i bambini al loro risveglio non mi trovino, per fortuna c’è  la mia mamma che si arrangia a far loro la colazione e ad accompagnarli al pulmino. Questo lavoro è pesante ma lo stipendio è buono, appena posso troverò qualcosa d’altro ma per adesso devo tenere duro.

Ecco sono quasi arrivata, parcheggio il motorino e m’infilo nella porta retrostante dell’albergo.

C’è una bella luce e un gradevole tepore.

Incomincio come il solito a pulire il bar,  il salottino, le scale e dopo  potrò salire alle camere, per fortuna ho una brava ragazza rumena che mi aiuta,  parla poco ma ha un bel sorriso e mi rallegra averla vicino.

Qui gli ospiti cambiano spesso e si trattengono solo un giorno o poco più, molte volte non riesco nemmeno a vederli, quando io entro  nelle loro camere, loro sono già usciti, presi dai loro impegni.

M’immagino così, da come lasciano la stanza, il loro carattere, la classe sociale, il loro lavoro, ma non potrò mai sapere se ho indovinato.

Ancora due stanze e il piano è finito, la stanza 108 è ancora chiusa, tornerò più tardi.

 

 

S.

Impiego qualche minuto a capire dove sono, poi tutto mi ritorna alla mente più chiaro che mai. Rimango ancora un poco sotto le coperte a pensare che cosa ne farò di questa giornata, intanto di questa .

Mi sento fragile come un vaso esposto in una notte gelida, al minimo urto potrei rompermi, la tensione mi duole nelle gambe e una debolezza mi parte dallo stomaco. E’ da ieri a pranzo che non tocco cibo,  solo un bicchiere d’acqua del rubinetto prima di coricarmi, non vorrei vedere nessuno ma devo scendere a far colazione.

Guardo l’orologio, sono le 9,30 certamente gli ospiti dell’albergo saranno già usciti, in questi posti ci si trattiene solo il tempo di dormire o per nascondersi come succede a me.

Scendo.

 

 

D.

Finalmente è uscito, anzi è uscita. Appoggiata sulla sedia una camicetta e un paio di calze. Il letto è tutto  in disordine, il copriletto per terra, la valigia ancora da disfare, solo in bagno vedo alcuni oggetti sulla mensola.

E’ strano che abbia fissato per due settimane e non si sia ancora sistemata e poi  non vedo oggetti che possano richiamare ad una professione, e mi chiedo cosa farà in questo posto per così tanto tempo…

Quante domande,  ma questo gioco mi alleggerisce il lavoro, mi distrae ed il tempo passa più in fretta.

Accidenti, con gli asciugamani ho urtato qualcosa, è un cellulare, non l’avevo visto prima, forse era sopra la mensola…

Ma come mai è uscita senza telefono?  E’ più forte di me, non riesco a smettere, per fortuna che con questa stanza ho finito e posso tornare a casa, arriverò prima del pulmino ed andrò ad aspettare la mia Principessa ed il mio Uomo Ragno lungo il viale e già pregusto i loro abbracci e i loro travolgenti racconti.

 

 

 S

Ecco, finalmente ho raggiunto il piano, il lungo corridoio è ricoperto di una corsia rossa e beige che attutisce il rumore dei miei passi, mi avvicino alla  porta, inserisco la chiave magnetica e finalmente entro nella mia tana.

Il letto è rifatto, tutto attorno è in ordine, mi sento infastidita per quella presenza sconosciuta che approfittando della mia assenza  si è intrufolata tra le mie cose. La stanza mi sembra meno sicura ma devo tranquillizzarmi, nessuno sa dove sono, apro l’acqua della doccia, mi spoglio e m’infilo sotto il getto caldo e lascio che i miei pensieri scivolino via, sotto i miei piedi, giù per lo scarico. La testa appoggiata al marmo, lascio scorrere il getto della doccia sulla mia testa, l’acqua mi scorre sugli occhi, sul naso, sulla bocca e poi giù su tutto il  corpo. Ogni tanto devo spostare il viso perché quel suo insinuarsi mi toglie il respiro ma è un movimento lieve, impercettibile perché mi piace la mia immobilità  mentre il tempo mi scorre addosso, ineluttabile.

Chiudo gli occhi, mi  lascio sopraffare da questo getto di acqua, calda al punto giusto, che scende sempre regolare e spero che duri all’infinito, non voglio privarmi di questa carezza, instancabile, gratuita, che placa il mio animo, che mi entra fino al cuore. Se schiudo le labbra s’introduce tiepida, come un tenero bacio. Vorrei  confondere il granello di sabbia della mia vita in uno sconfinato deserto che un implacabile  vento cambia d’aspetto a suo piacimento.

Il mio corpo è stanco, mi accovaccio a terra, raccolgo le gambe al seno e le stringo forte con le braccia, mi faccio granello di sabbia.

Per un tempo lunghissimo, o forse per qualche istante, rimango immobile, solo dentro, il mio corpo sobbalza, ad ogni muto singhiozzo. E’ in questo momento che sento un suono strano, un cinguettio metallico che si ripete  all’unisono con  il mio sussulto, non capisco da dove provenga. Chiudo l’acqua, esco dalla doccia ed ancora gocciolante lo vedo sopra la mensola. Un telefono nero  sta suonando. Mi  sento di ghiaccio, impotente  al suo richiamo, vorrei che smettesse.

Nuda, nel corpo e nell’anima mi avvicino, lo apro, l’accosto all’orecchio ed attendo di sentire quello che già so. Lo richiudo, scivolo lungo la parete con la schiena e mi rannicchio per terra, sul freddo marmo ed attendo.

 

 

 

A.

E’ stato facile approfittare di un momento in cui la cameriera era dentro la stanza per infilare il telefono tra gli asciugamani posti nel carrello in corridoio, il tappeto ha attutito i miei passi  ed in un attimo sono uscito dalla stessa porta di servizio da cui ero entrato. Ora  chiamo, il telefono squilla, una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte.

Ecco non squilla più, sento che si è aperta la comunicazione,sento il suo respiro.

« Amore non puoi stare senza di me, non avere paura, adesso ti vengo a prendere. »