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«COS’È, SEI TIMIDO?». Passando spesso per quella via, era pressoché impossibile non notare la scritta in grossi caratteri neri, vergata in uno stampatello risoluto, quasi intimidatorio, sul muro di mattoni grigi che delimitava il confine fra il selciato e l’accesso ad una proprietà privata. C’era anche una firma: F.

Una delicata fricativa, notai con un brivido, che si spegneva languidamente su un perentorio punto fermo. Un avvertimento, quasi una provocazione: guarda che sono io, non fingere di non capire, io che ti chiedo di di rendere conto, di spiegarmi il perché.

Ma passavano i giorni, e la risposta non arrivava.

Chi aveva scritto quel misterioso messaggio, e a chi era indirizzato? Nei giorni seguenti ebbi modo di notare che non ero il solo ad interessarmi della questione.

Una frase udita dal fornaio, i commenti acidi delle più note beghine della zona, le smargiassate di alcuni ragazzotti in overdose etilica: tutto mi rivelava che la frase comparsa ormai da una settimana su quel muro scalcinato era diventata l’oggetto di un vero e proprio dibattito sotterraneo, che pervadeva il quartiere come un fiume carsico dalle mille ramificazioni. Di tanto in tanto, un ramo di quel vasto fiume di parole emergeva alla superficie, e si manifestava sotto forma di caustico commento o di ironica supposizione.

Si erano create, mi parve di capire, due scuole di pensiero.

La prima sosteneva che l’autrice di quella provocatoria scritta provenisse da un quartiere vicino, e fosse quindi estranea alla comunità locale. Lo si deduceva, secondo i sostenitori di questa tesi, dal tono sfrontato della domanda, che pareva mettere in discussione la virilità di un giovane del luogo. Si trattava di una cosa che, sostenevano costoro, nessuna ragazza del quartiere si sarebbe mai sognata di fare, almeno non pubblicamente.

La seconda tesi, elaborata da un pubblico prevalentemente femminile, rimandava invece a una questione interna, cioè a un rapporto tra due giovani del posto. Una relazione nata male, una défaillance imprevista da parte di lui e il giusto sdegno di lei, che pretende spiegazioni. Lui che si nega, e lei che decide allora di rendere pubbliche le sue perplessità, sia pur conservando l’anonimato e concedendo a lui la possibilità di giustificarsi. Questa interpretazione, più favorevole alla ragazza, concepiva il messaggio come la generosa offerta al maschio di un’onorevole via di fuga.

Il dibattito tra le due fazioni si sviluppò con toni a volte piuttosto aspri per qualche giorno, ma poi, in assenza di fatti nuovi, l’interesse cominciò ad affievolirsi. Altri temi premevano, nuovi argomenti si imponevano all’attenzione. Furiose discussioni sulla nuova campagna acquisti della Roma e l’esclusione della super-maggiorata di turno al GF 18 impegnavano i cuori e le menti della meglio gioventù locale, e di tutti gli altri a seguire.

Finché un giorno, era una domenica mattina, la mia solitaria passeggiata verso il parco venne bruscamente interrotta dal Sor Gildo, barbiere di professione e rabdomante a tempo perso. Che ci faceva il Sor Gildo alle otto di domenica in giro per il quartiere, lui che nei giorni di festa dormiva fino a metà pomeriggio? E perché quell’aria eccitata, come quella di un ragazzino a cui hanno appena svelato i misteri del sesso?

«Venga, dottore, venga!», ansimava trascinandomi verso la palazzina gialla sul lato nord del parco, “venga a vedere, cose da non credere!”

Davanti al muro sbreccato della famosa scritta s’era radunata una piccola folla. Guardavano tutti verso il basso, e già si udivano da lontano i loro commenti.

«Che sfacciato», diceva una. E un altro, scuotendo la testa: «Non c’è più rispetto…»

Il più giovane del gruppo, visibilmente compiaciuto, ghignava invece a più non posso dando di gomito al vicino, che leggeva muovendo le labbra ma senza emettere alcun suono.

Mi avvicinai ancora e lessi anch’io quelle parole scritte in rosso sulla parte in basso a destra del muro. Dicevano:

«No, è che con te non mi viene voglia»

Era questa la risposta di lui, dopo dieci giorni di attesa.

E non compariva alcuna firma.

Nel quartiere lo sconcerto fu grande. Tutte le ipotesi precedenti risultavano completamente campate in aria.

Altro che timido, si diceva, questo è uno con le palle!

Il giornalaio Ettore sosteneva di aver individuato il soggetto, ma poi, pressato dalle domande, rimaneva sul vago, assumendo l’aria sorniona di chi la sa lunga ma non può, per qualche oscuro motivo, scoprirsi troppo.

«E’ uno che ha avuto un sacco di donne», diceva, «uno che non si lascia mettere i piedi in testa da nessuna!»

Sì, ribattevano gli altri, però con lei è andato in bianco!

«E chi l’ha detto? Magari sono solo usciti insieme una sera, hanno flirtato un po’ e lui ha capito che non era cosa…»

Mah, buttava là uno, io dico che ogni lasciata è persa. Anche se non gli piaceva tanto, secondo me se la doveva fare lo stesso…

Ma cosa sei, una bestia? – ribatteva un altro – per te basta che respirino, vero? E l’intesa, e il sentimento, dove li metti?

Roba da froci, faceva quello sprezzante, e se l’altro rispondeva a tono, ecco che si arrivava alle mani.

Discussioni simili si accesero un po’ ovunque, facendo nascere litigi insanabili.

Nei pochi giorni che intercorsero fra la risposta di lui e la Grande Rivelazione, amicizie decennali conobbero una fine ingloriosa, solide famiglie si sfasciarono per sempre e anziani che erano cresciuti insieme cominciarono a far finta di non conoscersi incontrandosi per strada.

Il tema era effettivamente di importanza cruciale. Non era soltanto una questione di come ciascuno intendesse i rapporti con l’altro sesso. Si trattava di qualcosa che riguardava il concetto di identità personale così come noi la percepiamo (il Sé) e di come essa si riflette e si modifica nei suoi rapporti con gli altri (l’Altro da sé): un argomento squisitamente filosofico, che toccava non solo la sfera morale, ma anche quella etica e politica, e che aveva complesse implicazioni e conseguenze sul piano dei comportamenti quotidiani.

In breve tempo, la necessità di comprendere e approfondire questo tema fu percepita dai cittadini del quartiere come un fatto di capitale importanza, e il livello delle discussioni divenne sempre più sofisticato.

Dalla brutale contrapposizione iniziale fra veri macho ed esseri civilizzati, si passò all’analisi e alla spiegazione dei comportamenti umani, il che portò all’inevitabile confronto dialettico tra deterministi e comportamentisti. Di qui si passò poi sul terreno filosofico, con lo scontro fra idealisti e nichilisti, che spaccò in due il Circolo Bocciofilo e si propagò come una malattia infettiva tra i bar della zona.

Le conseguenze sul piano delle abitudini e dei comportamenti non si fecero attendere: crollarono le vendite dei giornali sportivi e scandalistici, mentre quelle dei libri e delle pubblicazioni di filosofia, psicologia e sociologia ebbero un’impennata straordinaria.

In quartiere cominciarono a verificarsi strani fenomeni. Si videro buzzurri considerati fino ad allora senza speranza consultare febbrilmente l’Essere e il nulla di Sartre, per essere in grado di controbattere le opinioni di netturbini imbevuti di idee kantiane, mentre salumieri assatanati snocciolavano le tesi di Karl Popper contro lo Storicismo ai loro attoniti clienti. Questi ultimi, dopo essersi documentati, sfoggiavano il giorno dopo conoscenze stupefacenti su Heidegger e citavano a memoria brani di Umano, troppo umano di Nietzsche mentre ordinavano prosciutto e pecorino.

Tutto questo fervore culturale raggiunse l’acme al momento della Grande Rivelazione.

La definizione, un po’ enfatica, fu coniata dall’operatore ecologico Fabrizio, che fu il primo ad avere l’illuminazione. Costui, un corpulento beone di circa quarant’anni, incaricato della pulizia del parco, si trovava nei pressi del famoso muro verso le sette di un mercoledì mattina, per iniziare, un po’ di malavoglia, le operazioni di ripulitura delle aiuole perimetrali.

Per guadagnare un po’ di tempo, estrasse dalla tasca la Storia della Filosofia occidentale di Bertrand Russell e diede una sbirciatina al terzo capitolo per rinfrescarsi la memoria sui temi della Critica della ragion pura, argomento con il quale sperava di far colpo sulla collega Irma, appassionata di oroscopi e di categorie kantiane. Nel pieno della meditazione, alzò gli occhi pensosi verso l’alto e restò folgorato: una nuova scritta era comparsa sul muro adiacente, quello dell’abitazione vera e propria, più o meno all’altezza della scritta originaria. Lo stesso stampatello, la stessa vernice nera, la stessa firma: F.

In un primo momento, stordito dall’emozione, non riuscì neppure a comprendere il senso del nuovo messaggio. Alla luce incerta dell’alba gli ballarono davanti agli occhi parole come forse e vedere, e altre più oscure, di cui non conosceva il significato. L’ultima, in particolare, scritta per metà sul muro e per metà sulla persiana della finestra al piano terra, era un termine che, nonostante lui avesse quasi finito le scuole medie, andava decisamente al di là della sua comprensione.

Pescò freneticamente una matita dal taschino della tuta e scarabocchiò in fretta e furia l’intera scritta sulla copertina interna del libro. Quando con più calma la rilesse, scoprì che in realtà si trattava di una frase semplicissima, anche se l’ultima parola continuava ad apparirgli del tutto incomprensibile. La lesse di nuovo ad alta voce:

«FORSE DOVRESTI VEDERE UN ANDROLOGO! F.»

Ciro il macellaro faticava a capire.

«Ma che deve anna’ a fa’ dall’astrologo?». «Andrologo, ignorante!»

«Ecchedé?»

«E’ un dottore, uno che cura le disfunzioni erettili» «E mo’ che c’entrano li rettili?»

«Lassa perde, aa Ci’! Magari ‘nartra volta, eh?»

Conversazioni come questa si moltiplicarono nei giorni seguenti al ritrovamento. Alla fine emerse una drammatica realtà: nonostante le intense letture degli ultimi tempi (forse più memorizzate che realmente comprese), nel quartiere si evidenziavano angoscianti carenze culturali, soprattutto sul piano linguistico.

In relazione alla famosa parola, ad esempio, la popolazione poteva essere suddivisa grossomodo in tre gruppi: quelli che ne conoscevano il significato (non più del 5% – 6%), quelli che dicevano di conoscerlo per non fare una figura di merda (il 25% circa) e il restante 70% che annaspava nel buio più totale senza neppure tentare di fingere.

I dizionari? «Sa, signora mia, nun ciavemo lo spazzio…»

Internet? «Ma che , sta pure sull’internétt? Me credevo che ce staveno solo le zozzerie…». «Non possiamo più tollerare una simile situazione», sentenziò il maestro Annibale, «c’è urgente bisogno di un progetto di alfabetizzazione che faccia crescere culturalmente la nostra comunità!»

«Ancora?» chiese Assunta, la bidella «ma nun semo già in troppi in ‘sto quartiere?» E fu la prima volta che si vide il maestro piangere.

Certo, il netturbino aveva un po’ esagerato, ma una rivelazione nell’ultimo messaggio c’era stata: la ragazza era istruita, forse (orrore!) era addirittura un’intellettuale!

Questo restringeva di parecchio il campo: quante potevano essere le ragazze istruite in età da marito residenti nel quartiere? Non più di una cinquantina, calcolavano al bar.

Si formò allora una commissione incaricata di svolgere ricerche per l’identificazione del Soggetto Ignoto (o S. I.) della quale faceva parte anche Rodolfo, l’artista locale, che in base alle segnalazioni doveva disegnare l’identikit.

Nel frattempo, le cose si erano ulteriormente complicate. La signora che aveva avuto la persiana imbrattata dalla seconda metà della misteriosa parola aveva deciso di riverniciarla. Così il messaggio si era ridotto a «FORSE DOVRESTI VEDERE UN ANDROL», e suonava decisamente più inquietante di prima. Quelli di fuori che lo vedevano per la prima volta lo riportavano agli amici in questa versione abbreviata, contribuendo così ad accrescere l’incertezza, la confusione e il mistero.

Ma un po’ alla volta gli sforzi del maestro Annibale e di altri uomini e donne di buona volontà cominciarono a produrre i primi frutti.

Si organizzarono in piazza tornei di ortografia e di correttezza lessicale, ai quali partecipava la popolazione entusiasta, visto che in palio c’erano le provole affumicate di Nando il droghiere, sponsor della manifestazione.

Si distribuirono gratuitamente, spacciandoli per strumenti contro il malocchio, piccoli ma efficienti vocabolari della lingua italiana, di cui era necessario recitare brani ad alta voce in pubblico, per tenere lontane malattie e sciagure assortite.

In questo modo si creò un clima di grande fervore umanistico, che preannunciava radicali cambiamenti di costume.

Il primo segnale forte venne da Rashid, l’ambulante tunisino che vendeva ogni mattina calze e mutande sulla piazza della chiesa. Costui, rivolgendosi a un’ignara massaia che stazionava nei pressi del banchetto, l’apostrofò così:

«Signo’, compra mutanda, tu diventa bella silfide!»

La donna, del peso di circa 85 chili, restò interdetta per alcuni secondi, poi si fece tutta rossa e iniziò a strillare che lui l’aveva offesa, perché lei quella brutta malattia non l’aveva mai avuta!

Ebbe un bel da fare il buon Rashid, Zingarelli alla mano, a convincerla che le stava facendo solo un complimento!

Gli episodi si moltiplicarono. Rocco, il vigile urbano, ora si rivolgeva agli automobilisti in difficoltà con la partenza in salita dicendo: «Ovvia, buonuomo! Retroceda e prenda l’abbrivio!», mandandoli così in totale confusione.

I negozianti non erano da meno. Il barista Gegé, davanti a un goal sbagliato visto in TV: «Si è trattato di un errore sesquipedale!»

E la fioraia, la serafica Maria Clotilde, che non era mai andata oltre le 300 parole

complessive per comunicare col mondo, ora magnificava la propria merce declamando: «Quale sublime olezzo! Quale profluvio di delicate essenze!»

Non c’era dubbio: il livello culturale stava crescendo a vista d’occhio, e già cominciavano a comparire i primi inviati di giornali e TG in cerca dello scoop.

Un quotidiano aveva già pronto il titolo: «Dalle stalle alle stelle: miracolo in borgata!»

Ma ogni cosa in questo mondo, anche la più bella, conosce la propria fine.

E toccò proprio a me, con la scoperta del nuovo messaggio, chiudere quella che per il quartiere era stata senza dubbio una sorta di età dell’oro.

Mi aggiravo da qualche giorno in preda ad una strana inquietudine nei pressi del campo di calcio, non lontano dal fatidico muro. Mi ero reso conto che nel luogo originario delle prime tre scritte non vi era più spazio disponibile per una frase di senso compiuto, così mi ero guardato intorno e avevo posato gli occhi sul muro di recinzione del campetto. Anche se già colmo di parolacce e scritte ingiuriose, esso conservava verso lo spigolo nord un invitante spazio vuoto che avrebbe potuto contenere un intero atto teatrale.

Intuivo che la risposta di lui sarebbe venuta presto: non era tipo quello da far passare in silenzio una provocazione del genere. Così, decisi di appostarmi nottetempo dietro un cespuglio sull’altro lato della strada, provvisto di un thermos colmo di caffè nero, e di attendere lì la sua comparsa.

Dopo tre notti trascorse a combattere gigantesche zanzare mutanti dal pungiglione elicoidale, dopo essere sceso a patti con le formiche rosse proprietarie del termitaio di tre piani accanto al cespuglio, e dopo aver dissuaso una dozzina di gatti randagi dallo scaricare le loro vesciche sulle mie scarpe di camoscio, finalmente la mia pazienza fu premiata.

Verso le tre del mattino della quarta notte, un rumore come di un gatto che soffia mi risvegliò all’improvviso da un sonno leggero. Tra le foglie della pianta intravidi un’ombra che si muoveva furtiva accanto al muro, compiendo col braccio destro strani movimenti semicircolari: era da lì che proveniva il soffio.

Mi slanciai goffamente fuori dal cespuglio rovesciando il caffé bollente sul termitaio e attraversai di corsa la strada, ma l’ombra era già sgusciata via verso i pratoni. Giunto trafelato vicino al muro di cinta, misi il piede su qualcosa di mobile e sdrucciolevole, e mi ritrovai con il sedere per terra. Raccolsi con mano tremante una bomboletta spray e la illuminai con la torcia: era di colore rosso.

Lui era tornato per risponderle.

Fu come ripiombare nell’oscurità dopo aver intravisto la luce. Fu come regredire allo stato brado dopo aver conquistato le prime, inebrianti vette della civiltà.

Così dovettero sentirsi i cittadini romani quando le invasioni barbariche segnarono l’inizio della loro decadenza. Così si sentirono gli abitanti del quartiere quando ebbero modo di leggere la seconda risposta.

E questa volta, purtroppo, non ci furono fraintendimenti. Il messaggio fu compreso da tutti, nessuno escluso, poiché era scritto in una lingua sorda e antica, impastata di consuetudini e di sudore rancido, una lingua fatta di volti impassibili e sguardi sfuggenti, di sorrisi sghembi e ammiccamenti osceni: l’eterna lingua del popolo schiavo.

Sul muro era scritto: «Mandami tua sorella, piuttosto!»

«Affoga nella tua stessa melma, o triste volgo inerte…»

Così intona, al suono della sua chitarra scordata, il cantastorie Alfio, poeta di borgata e

coscienza critica della popolazione residente. Si sofferma a lungo davanti al Bar Centrale, fissando ostentatamente gli avventori intenti alla lettura e all’esegesi del Corriere dello sport. Il Sacro Testo viene letto ad alta voce, commentato e chiosato, con dovizia di interventi. Si presentano tesi ed antitesi e si raggiungono, fra imprecazioni e bestemmie, faticose sintesi che acquistano subito, all’interno del locale, valore di leggi.

«… non vi è più luce nel tuo sguardo offuscato…»

Sentendosi osservati, i giovani italioti mostrano ad Alfio il loro vibrante dito medio, indirizzandogli argute frasi nell’idioma locale. In esse lo si invita, tra le altre cose, a compiere atti innominabili con la propria madre, ma il poeta non se ne cura.

Con un mesto sorriso, prende commiato dal branco e si allontana lentamente verso il supermercato, continuando a strimpellare la sua canzone.

«… e non serbi di antiche virtù memoria alcuna…»

Si sofferma un attimo davanti alla saracinesca abbassata della Tabaccheria, su cui campeggia un gigantesco fallo disegnato con lasciva perizia dalla mano di un ignoto artista locale. I particolari anatomici appaiono estremamente curati, e la fossetta dell’uretra sembra accennare ad un vago sorriso di scherno.

Alfio china il capo, e canticchiando prosegue il suo cammino verso il campo di calcio, da dove sciamano a frotte gli atleti al termine dell’allenamento quotidiano. Ragazzoni dai capelli impomatati e dalle narici frementi si spintonano e si prendono a borsate vociando allegramente mentre si dirigono, costeggiando il muro di recinzione, verso l’angolo nord, in direzione del parco.

Nessuno di loro alza lo sguardo verso l’ormai nota scritta rossa che occupa la parte più alta del muro, vicino allo spigolo, e nessuno fa caso neppure alla frase in stampatello nero senza firma che qualcuno ha scarabocchiato un metro più sotto.

In una grafia stranamente incerta, dai caratteri dimessi e senza più pretese, una voce soffocata dalla rassegnazione lancia il suo ultimo, disperato anatema:

«HA SOLO TREDICI ANNI, MAIALE!»