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Dei colori dell’anima

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Sul tavolo dello studio aveva sistemato tutto l’occorrente necessario per il periodo che avrebbe trascorso in quel luogo. Aveva preparato con estrema cura ogni dettaglio.

All’inizio, aveva pensato di portar con sé solo strumenti da lavoro mai utilizzati: pennelli nuovi, polveri di colore ancora da mescolare, un album per gli schizzi immacolato. Era convinto che fosse funzionale a quell’occasione che, tra sé, immaginava come una sorta di rinascita o, almeno, di rinascita artistica. La propria.

Eppure, fece diversamente.

Preparò pennelli nuovi e alcuni usati, blocchi da disegno intatti e altri già nati. Si sarebbe sentito davvero troppo nudo senza di essi. Colori in polvere, mastice, olio di lino, olio di papavero e trementina per mescolarli, e colori già pronti, preparati con la gomma arabica. Il bagaglio poteva essere caricato.

Quell’accumulo di oggetti ordinati emanava nell’aria fragranze pungenti, quelle che la sera ti viene il mal di testa, quelle che vorresti annusare un’altra volta, e un’altra ancora. Il viaggio in macchina durò alcune ore mentre l’aroma penetrante invadeva l’auto senza tregua. L’odore primitivo di trementina era lì, a dominare gli altri che, nobili, attendevano con modestia di prender vita.

Si era accontentato di portarsi appresso l’essenziale, qualche abito e dei prodotti per l’igiene personale. In quella fase della propria esistenza, non ci sarebbe stato spazio per il superfluo.

Quando, davanti a sé, scorse finalmente il luogo prescelto, quello a cui arrivare per prendere fiato e per ricominciare, lo immaginò lì, pronto ad accoglierlo, alla fine del lungo viale di cipressi da attraversare per arrivare sino al casale dove avrebbe trascorso settimane, forse mesi.

Come era arrivato lì?

Chi l’aveva indirizzato nel bel mezzo del quadro sonnolento della campagna Toscana, in Val d’Orcia?

Faticava a ricordarselo, forse perché tutto sommato non era neanche così importante.

L’unica certezza, se mai la certezza esiste, era di aver compreso, guardandosi intorno appena sceso dall’auto, che quel luogo gli sarebbe bastato, per il momento.

Con fermezza, si era ripromesso che questo sarebbe stato l’ultimo tentativo. Avrebbe continuato a dipingere, sì, ammesso che per un istante, uno solo, il senso di inquietudine e di malinconia, che non lo abbandonavano mai, avessero deciso simultaneamente per una tregua.

Venne accolto con semplicità, quasi si trattasse di un ritorno a casa, o comunque in un luogo già noto e vissuto. Era il momento tra il tramonto e l’imbrunire, quando l’arancio di cadmio lasciava il posto all’indaco e al blu di Prussia.

Alessandro, il padrone di casa, lo accompagnò lungo un pergolato di uva fragola fino a che, dinanzi alla porta della stanza che gli era stata riservata, gli comunicò che la cena sarebbe stata servita un’ora più tardi.

A una rapida occhiata, la camera gli parve accogliente e familiare, in linea con quanto ci si poteva attendere in un ambiente del genere: un rustico immerso nella natura.

Il padrone di casa abbozzò qualche battuta, tentando inutilmente di presentarsi, per poi congedarsi in fretta quando gli venne fatto notare, con un pizzico di fastidio che, una volta a cena, avrebbero avuto tutto il tempo di conversare.

Tempo, il giusto tempo per, avere tempo…

Marco, nel silenzio di quella stanza, realizzò che gli erano bastati pochi istanti per rendersi conto di aver già appreso qualcosa, sebbene non ne avesse ancora la piena consapevolezza.

Più tardi, scese per la cena, appena una decina di minuti prima che venisse servita.

In piedi, vicino a un pilastro della pergola, sguardo rivolto all’orizzonte, respirava come un bambino che lo fa per la prima volta, riempiendosi le narici dell’odore di rosmarino, di salvia e di timo, tutti assieme.

Guardandosi attorno, si rese conto che c’era un unico tavolo apparecchiato alla buona per due: una tovaglia a quadri, dell’acqua e del vino in brocche di terracotta. Si avvicinò e si sedette, in attesa.

Quando Alessandro lo raggiunse, teneva in mano una pentola, anch’essa di terracotta, che dava l’impressione di scottare. «Ribollita, una zuppa toscana a base di verdure, cavolo nero a predominare, e pane raffermo. Spero sia di tuo gusto», spiegò.

Ne riempì i piatti e, quando fece per sedersi, Marco si alzò per porgergli la mano e per presentarsi. Era arrivato in quel posto tranquillo solo da due ore o poco più e già si era reso conto che tutti i suoi gesti avevano acquisito una naturalezza che non ricordava da tempo. Anche il suo respiro, adesso, era più naturale e tranquillo.

La cena fu piacevole, la zuppa di straordinaria bontà, tanto da mangiarne due piatti e mezzo. Si parlò del più e del meno, senza mai affrontare discorsi su arte, gallerie, pittura o sul motivo per il quale Marco si trovasse lì.

Terminato di mangiare, Alessandro si accomiatò, dandogli appuntamento, se di suo gradimento, di buon mattino, alle sei, per la colazione e per una camminata nelle campagne circostanti.

Non attese un sì e neanche un rifiuto. Semplicemente, si voltò e si allontanò per raggiungere la propria, di camera.

Marco, invece, rimase al tavolo ancora per un po’chiedendosi quando sarebbero arrivati i partecipanti al seminario sui colori e sulla pittura en plein air, vero motivo dell’invito che aveva ricevuto per quel soggiorno.

Non era nuovo a quel genere di eventi in cui pittori più o meno capaci, uomini e donne, intrecciavano le proprie esistenze per i più svariati motivi.

Per Marco, quel seminario avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per comprendere cosa farne della propria “arte”, una volta per tutte. Si sentiva a un bivio.

Dopo una nottata insonne, la mattina successiva, ancora una volta in anticipo di dieci minuti, Marco scese e attese Alessandro che, puntale, lo raggiunse per la colazione. Mangiarono piuttosto in fretta e poi si incamminarono per la passeggiata lì attorno.

All’inizio, stettero in silenzio, poi scambiarono qualche battuta sulla tipologia di piante che incrociavano lungo il sentiero sterrato. Solo sulla via del ritorno, Marco si decise a domandargli, senza guardarlo: «Quando arriveranno gli altri?».

Alessandro sorrise. «Non arriverà nessun altro», replicò.

Solo un paio di giorni prima, una confessione del genere lo avrebbe turbato, spingendolo ad andarsene senza appello. In quel momento, invece, quattro semplici parole gli gettarono addosso una tranquillità inattesa.

Non venne aggiunto altro. La sera, a cena, Alessandro sciorinò con fare da maestro gli impegni che avrebbero scandito le prossime giornate assieme: la camminata alle sei di mattina, l’appuntamento alle nove nel suo studio – anche lui era un artista, scoprì Marco senza però scomporsi più di tanto – dove avrebbero consumato pranzi frugali a base di pere, formaggio, affettati e pane, per concludere poi con la cena sotto il pergolato.

A vederli assieme, pareva di trovarsi di fronte a un padre e a suo figlio.

Alessandro era un uomo alto e molto snello, il volto era parzialmente occultato da una barba lunga e ben curata; i capelli sale e pepe erano curiosamente addomesticati in una coda. Lo sguardo profondo e furbo era al contempo rassicurante; il sorriso sincero. Poteva avere una settantina d’anni ben portati.

Trentacinque, invece, erano gli anni di Marco; scuro di carnagione, capelli ricci e spettinati, e anche lui con la barba. Trasandata, però.

A uno sguardo più attento, non sarebbe stato fuori luogo, per quanto sconvolgente, definire l’uno come il riflesso dell’altro. E viceversa. Come in una sorta di specchio temporale.

I due, a partire dal giorno dopo, si adattarono con naturalezza al susseguirsi di quegli appuntamenti all’insegna di un quotidiano scandito da gesti abitudinari intrisi di lentezza e di rispetto. E di presenza reciproca. Tutto era fluido: tempo e azioni, e quella fluidità riempiva, ora dopo ora, il senso di vuoto che Marco si era portato appresso da troppi anni, ormai.

Lo studio di Alessandro era accogliente. Si trattava di una veranda dalle vetrate imponenti che, spalancate sul giardino, regalavano l’illusione di essere un tutt’uno con l’esterno mentre i due lavoravano all’ombra delle querce secolari che lo sovrastavano.

Insieme, durante quelle ore immersi nell’arte nella sua forma più primitiva, preparavano i colori, disegnavano e dipingevano, intervenendo non di rado l’uno nel lavoro dell’altro. Per completarsi.

Trascorsero mesi, mesi di lavoro intenso e complesso.

Fu Alessandro, un giorno, a decretare la fine di quell’isolamento. I quadri dipinti da Marco erano finalmente degni di essere mostrati al mondo intero, aveva sentenziato. Privarne la visione sarebbe stato un delitto. Vincendo le resistenze del giovane, l’uomo contattò la gallerista di Firenze, amica di lunga data di Marco, la cui reazione sollevata ed eccitata alla notizia di opere nuovamente meritevoli a firma del suo pupillo fu l’inizio della presa di coscienza.

Quella parentesi di arte e sudore, gli raccontò poi lo stesso Alessandro, era stata fortemente voluta dai molti che puntavano su di lui, sperando che superasse lo stallo in cui si era pericolosamente arenato. E così, in effetti, era stato.

Nessuno, però, aveva idea di quanto quella nuova condizione, il fatto di vivere proprio lì, nella Val d’Orcia e, soprattutto, lo specchiarsi continuamente in Alessandro, nelle sue sconfinate esperienza e sensibilità, rappresentasse la possibilità concreta di intravedere un futuro per lui. E per la propria arte.

La critica stessa, che in occasione del successo straordinario della mostra organizzata proprio a Firenze si era espressa parlando di vera e propria rinascita artistica, sembrava impazzita nel cercare di scoprire dove alloggiasse il pittore e cosa lo avesse reso così intimo e introspettivo. E, soprattutto, si era domandata chi fosse l’uomo che non si era mai allontanato dal suo fianco.

Dopo l’inaugurazione, tornarono alla tenuta, decisi a godersi la serata nella quiete assoluta. L’indomani, la giornata iniziò con la stessa routine di sempre. Durante la passeggiata mattutina, immersi nella tavolozza del violetto, del giallo di Napoli, del verde veronese e del verde vescica, Alessandro spezzò il silenzio sospeso che aleggiava su di loro. Era finalmente in sé, poteva rientrare nella Capitale e, di tanto in tanto, tornare da lui, per creare e per ricrearsi, gli disse.

Marco sorrise schietto, e si limitò ad affermare: «Sono a casa, adesso».

Non ci fu bisogno di aggiungere altro.

Da quella sera, tutto continuò secondo lo schema rassicurante in cui entrambi si erano accomodati e ritrovati, ciascuno a modo proprio.

Organizzarono altre mostre, in alcune esposero addirittura senza firmare le rispettive tele. Non era la fama, che cercava Alessandro. Aveva smesso di rincorrerla anni addietro, quando si era deciso a rifugiarsi in quella tenuta fuori dal mondo. E, per quanto possibile, avrebbe fatto in modo che Marco, lo specchio di se stesso, non commettesse il suo stesso errore. Era l’arte a doversi raccontare, a prescindere dalla mano del pittore.

Fu un lungo sodalizio umano e artistico, il loro, fino a quando Alessandro, durante quella che sarebbe stata l’ultima passeggiata assieme, se ne andò, accasciandosi a terra, sostenuto dalla mano ferma di Marco.

La stessa mano che strinse quella di coloro – ben pochi – che presero parte al funerale, celebrato tra quelle colline, ai quali raccontò, con infinita stima e umano dolore, di quanto la sua arte sarebbe stata debitrice a vita di quel loro specchiarsi come solo le anime affini sono in grado di fare.

Da quel giorno, smise di esporre e, per tener fede alle promesse fatte al suo “maestro”, restò alla tenuta, accogliendo i pittori che avrebbero avvertito l’esigenza di ritrovare se stessi per ritrovare la propria arte.

Finalmente sereno e profondamente grato per tutto quello che aveva condiviso con Alessandro, Marco riuscì ad aprire la sua anima, un tempo inquieta e sofferente, all’amore di una donna e alle gioie della paternità.

E, in nome di un destino scritto da chissà chi, fece propria la missione di Alessandro: rappresentare una guida, una fonte di ispirazione per chi faceva dell’arte la propria ragione di vita.