CONDIVIDI

«Fiat ars – pereat mundus», dice il fascismo, e, come ammette Marinetti, attende dalla guerra la soddisfazione artistica delle percezione sensoriale modificata dalla tecnica».

 

Walter Benjamin, nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, mostra come il fascismo conduca verso un’estetizzazione della politica, il cui esito ultimo è quello della guerra.

«Alla oppressione delle masse che vengono schiacciate nel culto di un duce, corrisponde l’oppressione da parte di un’apparecchiatura, di cui esso si serve per la produzione di beni culturali». Il regime fascista, attraverso l’impiego di cinegiornali, cinematografia, arte figurativa, fotografia, architettura e radio, ha ridisegnato artisticamente il panorama culturale italiano.

«Nei grandi cortei, nelle adunate oceaniche, nelle manifestazioni di massa di genere sportivo», le masse, festanti e rigorosamente schierate, divengono il fenomeno estetico con il quale il totalitarismo ostenta la propria presunta e, al contempo, apparente forza. La politica fascista, mobilitando moli di uomini e mezzi tecnici, nonché plasmando esteticamente la società, convoglia i propri sforzi «verso un punto».

«Questo punto è la guerra». Questa, attraverso l’esplosione di bombe, il rombo degli aerei, lo sferragliare di carri armati, gli spari dei fucili, «i profumi e gli odori della decomposizione», muta artisticamente i rapporti percettivi che gli esseri umani intrattengono con il mondo a loro circostante. Ogni forma di governo, così come i totalitarismi, ha tentato, attraverso la corsa agli armamenti, di plasmare, con l’impiego del potere conferito dalla politica e di apparecchiature belliche, la società e la produzione dei suoi beni culturali. «Invece che incanalare fiumi, essa [la guerra] devia la fiumana umana nel letto delle loro trincee, invece che utilizzare gli aeroplani per spargere le sementi, essa li usa per seminare le bombe incendiarie sopra le città; nell’uso bellico dei gas ha trovato un mezzo per distruggere l’aura in modo nuovo».

I conflitti armati, per via delle attrezzature belliche, cancellano o demoliscono gli oggetti storici che, per dirla con Benjamin, in quanto autentici e unici, incarnano ciò che può essere tramandato storicamente. Se, in precedenza, l’eliminazione dell’aura avveniva progressivamente e in maniera logorante all’interno delle trincee, nei campi di prigionia, in mare o per via aerea, ora, la suddetta distruzione può avvenire nell’immediato: il mondo, così come desideravano i futuristi, può essere ridisegnato esteticamente, nella sua ampiezza, nel giro di pochi attimi.

L’apoteosi dell’estetizzazione della politica, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo culmine con l’armamento e lo sviluppo della fantomatica bomba a idrogeno. Il suo avvento sconvolgente durante il secondo conflitto mondiale ha lasciato basita l’intera umanità, la quale, colta alla sprovvista da una tale manifestazione di inumana e inattuale potenza, non vive, attualmente, nella paura di un possibile conflitto atomico, ma nel terrore che ciò avvenga. Il termine paura rimanda sempre verso un’entità determinata, della quale l’individuo ha ben chiari gli esiti e gli effetti che questa può arrecare nei suoi confronti e in ciò che lo circonda. Il terrore, diversamente, ha a che fare con fenomeni indeterminati, dei quali mai si è ottenuto un riscontro storico o empirico e che, dunque, possono essere unicamente immaginati; il terrore è una frustrante angoscia quotidiana che, letteralmente, atterrisce; la bomba atomica, in forza del suo potere distruttivo, ha costretto alla soggezione l’intera umanità.

Estetizzazione della politica significa, dunque, ridisegnare esteticamente il mondo in modo che questo possa essere percepito artisticamente, dagli esseri umani, in maniera totalmente nuova; tutto ciò può avvenire unicamente se colui o coloro che sono al governo, attraverso la mobilitazione di masse e armamenti bellici, muovono alla guerra distruggendo, in seno a quest’ultima, l’aura – uomini, opere d’arte, oggetti storici e naturali – in maniera completamente nuova.

Coloro che godono esteticamente del rimodernamento artistico mondano perpetrato dalla guerra sono i signori della politica, coloro che, al potere, hanno la possibilità di usufruire e di mettere in moto i mezzi della tecnica. Dall’alto dei loro scranni, al sicuro nei loro palazzi fortificati, analizzando il bilancio delle vittime, dei superstiti e delle forze messe in gioco, i potenti della terra, per l’elevato rango sociale, possiedono una pittoresca visione d’insieme del reale da loro ridisegnato. Ciò che si palesa ai loro occhi è un paesaggio solitario e intervallato da imponenti rovine, un territorio in cui l’aura, per lo smembramento di corpi umani e la distruzione di oggetti storici e naturali, è definitivamente eliminata. Il pittoresco incarna un panorama non conciliato, apparentemente idillico, angoscioso e turbante malgrado le usuali figure da esso raffigurate; la molestia emotiva destata dal pittoresco è suscitata dal tacito disordine e dalle occasionali irregolarità che puntellano l’intera raffigurazione. Il sogno, l’idillio, non trova alcuna conciliazione con l’impertinente scompiglio: da ciò il pittoresco dialoga con il grottesco. I signori della politica dinanzi a un mondo plasmato esteticamente, sconquassato dalle numerose morti, violato dalle distruzioni e impoverito moralmente, sorridono ilarmente in un tetro ghigno, il quale nasconde, lievemente, un umano senso di turbamento.

Nelle foto in cui Kim Jong-Un, dittatore nord-coreano, è ritratto sorridente dinanzi alla bomba atomica si palesa, in maniera evidente, l’estetizzazione della politica. Il despota è divertito di fronte all’arma di distruzione di massa poiché è consapevole che attraverso di essa riuscirà a ridisegnare, nell’immediato, ampissimi territori del pianeta terra. Egli sorride perché i propri sforzi, finalizzati alla guerra, modelleranno artisticamente il globo in accordo con le sue brame. Dell’estetizzazione della politica godono esteticamente gli oppressori e non gli oppressi, poiché i primi, a differenza dei secondi, seduti sulle loro comode poltrone, osservano il quadro della distruzione nella sua totalità, in maniera non frammentaria. I vinti, diversamente, è impossibile che si compiacciano della devastazione a loro circostante perché, oltre a essere schiacciati dalle scelte del tiranno da questi non desiderate, essi, in quanto vittime, partecipano direttamente della distruzione e frammentariamente della visione d’insieme posseduta dal tiranno. Questo gode della morte e dell’annientamento altrui poiché, essendo al sicuro, guarda soddisfatto il quadro di dolore e desolazione generato dalla sua volontà e dal suo potere.

Come cinema e fotografia, per concludere sulla scia di Benjamin, modificano, in quanto mezzi della tecnica, i modi di concepire, di partecipare e di percepire l’arte comunemente intesa, così i nuovi apparecchi bellici, fra cui spicca la bomba atomica, modificano esteticamente, per mano della politica, la percezione del mondo comunemente inteso. «La sua autoestraniazione [dell’umanità] ha raggiunto un livello che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine».