CONDIVIDI

Sembrerà strano detto così, ma quel giorno, il giorno in cui cominciai a volare, fu anche l’ultimo giorno della mia vita.

Venne da me un tizio con la bombetta, una sigaretta di quelle sottili alla bocca e una valigetta. Lo feci entrare a casa. Liberai l’unica poltrona della sala occupata da riviste. Si accomodò in una nuvola di fumo. Aveva l’occhio destro completamente chiuso mentre l’altro, nero, mi fissava senza tregua. L’aria si riempì di zolfo e il mio gatto andò subito a strusciarsi sulla gamba dell’uomo. Avevo appena finito di mangiare. Di solito non riesco a concludere un pasto senza prendere il caffè, per cui domandai al signore se desiderava farmi compagnia. Accettò e mi chiese un posacenere. Non scambiammo una parola finché non portai le due tazzine, che appoggiai sul tavolino basso davanti al televisore.

«Meglio aspettare», suggerii.

«Zucchero?»

«No grazie, lo bevo amaro e bollente.»

Buttò giù il caffè ancora fumante tutto di un sorso. Il gatto si addormentò ai suoi piedi. L’uomo indossava scarpe rosse lucide, mi ricordava Dorothy del mago di Oz. Nella cornice sul mobile il volto di mio padre deceduto dieci anni prima sembrava sorridermi nonostante la posa seria e classica che lo ritraeva in divisa militare.

Cominciò a parlarmi in francese. E chi lo conosceva il francese? Eppure capivo ogni singola parola. Anche quando, di tanto in tanto, accennava a qualche frase in tedesco tutto mi risultava chiaro come se avessi da sempre parlato quelle lingue straniere. Dall’occhio chiuso scendeva di tanto in tanto una goccia d’oro che l’uomo raccoglieva e poneva in un porta-pillole con l’immagine di uno struzzo stampata sopra.

«Tuo padre mi ha chiesto di venire a farti visita», mi disse.

Io mi innervosii. Mi sedetti con le mani strette ai braccioli. Poggiavo solo le punte dei piedi sul pavimento.

«Ci siamo visti qualche giorno fa.»

«Avevo una gran voglia di buttarlo fuori da casa ma un po’ per la curiosità, un po’ per quell’occhio nero fisso ad osservarmi non riuscivo a muovermi di un millimetro.»

«Impossibile.»

«Perché dice così?»

«Perché mio padre è morto da dieci anni.»

«E che vuol dire? Tutti fissati con la vita, la morte.»

«È pazzo o cosa?»

Ad un gesto del signore, il cielo azzurro del primo pomeriggio che entrava dalle finestre si oscurò, si fece buio come in una notte senza luna. Le candele sopra il camino si accesero. Altre gocce d’oro sulla guancia.

Allungai una mano, volevo sentirne la consistenza. Tenni quel liquido tra i polpastrelli delle mie dita. L’uomo sbuffò un po’ di fumo, sorrideva sotto i baffi sottili. Una luce spessa di quelle che coprono i monti d’estate. La goccia d’oro della viscosità del miele scivolava sul mio indice con lentezza. Continuava a scendere. In breve tempo, la mia mano compariva come fatta di pura luminosità. Il mio corpo brillava. Mi alzai. Mi misi di fronte allo specchio. Nessuna immagine riflessa. Solo un effetto ritardato di flash. Feci qualche passo. Mentre mi muovevo, una scia come di stelle seguiva il mio incedere. Non mi trovavo più nel mio salotto ma in un lunghissimo corridoio dalle pareti altissime di vetro. Tutto trasparente. Percorsi quei metri in assoluto silenzio, neanche i miei passi a far da eco. Il corridoio terminava in un’ampia sala completamente bianca senza finestre. Sembrava non ci fossero le pareti o, forse, non c’erano veramente. Al centro, una scacchiera. Il cavallo nero tentava di muoversi, ma un forza estranea lo tratteneva. La stessa partita interrotta il giorno che mio padre, con una tremenda fitta al petto, gemette a terra. Nel bianco circostante, una figura di schiena cominciava a prendere forma. Un elefante sedeva su uno sgabello da circo giallo rosso e blu. Contava a voce alta scartabellando fra una pila di fascicoli. Mi avvicinai.

Provai a rivolgergli la parola, ma non rispose. Aveva paura di perdere il conto.

«Lo sapevo, devo ricominciare da capo.» L’elefante si girò e mi fissò. Al posto degli occhi, due specchi senza fondo che proiettavano la mia immagine iridescente all’infinito.

«Non volevo disturbarti.»

«Beh, l’hai fatto.»

«Dove mi trovo?»

«Dove il tempo non esiste.»

«Sono morto?»

«Che significa? Tutti fissati con questa morte.» L’elefante accese dei bastoncini di incenso. L’aria profumava di sandalo e di qualcosa di bruciacchiato.

«Stavo parlando con un signore e all’improvviso mi sono trovato qui.»

«All’improvviso presuppone l’esistenza di un prima e di un dopo. Non è corretto ragazzo.»

«Sembra molto complicato.»

«Siete voi a rendere tutto più complicato.»

«Noi?»

«Sì, voi. Lasciamo perdere. Troppo difficile.»

«Fammi capire: non mi trovo sul pianeta Terra?»

«Qui non c’è un dove. L’esistenza della Terra prevede l’esistenza di altro che non sia la Terra. Ma non funziona così.»

«Ci rinuncio. Come ho fatto a diventare così?»

«Così come?»

«Così luminescente.»

«Boh, mica posso sapere tutto. Se non ti dispiace, vorrei continuare a occuparmi dei miei conti.»

«Cosa conta? Se posso chiedere.»

«Sei un impiccione. Comunque, conto i respiri?»

«I respiri?»

«Sì, i respiri. Che ho detto? Hai presente il fatto di prendere aria, inspirare, trattenere, respirare? Beh, quelli.»

«I respiri di chi?»

«Di tutti.»

«Di tutti?»

«Giovanotto, mi stai facendo perdere un sacco di tempo. Non sai quanti respiri devo contare?»

«Di arretrati?»

«Cosa?»

«Quelli che vengono prima.»

«Prima di cosa? Ah, ancora la fissazione del tempo. Conto i respiri, punto.»

«Buona giornata.»

«Buon adesso, vorresti dire.»

«Come vuoi. Buon adesso.»

L’elefante riprese a contare accavallando le possenti zampe. Io lo salutai con un cenno della mano ma non rispose, se non con un piccolo movimento della testa. Proseguii in quel biancore quando uno stormo di uccelli cominciò a danzare sulla mia testa. Parlavano con piccole voci civettuole. Sfilavano vanitosi lustrandosi le piume e smuovendo la coda con studiata esasperazione. Mi proposero di imitarli. Fecero un circolo intorno a me. Parlavano in coro. Come scolaretti istruiti da una severa maestra. Mi mostrarono le basi del volo. Secondo loro era tutto così facile. Per me era del tutto impensabile. Mi dovetti ricredere. Seguendo le loro indicazioni imparai i primi rudimenti del volo. Piegare le ginocchia, sporgere il busto in avanti, espellere l’aria dai polmoni, tenere alta la testa, allargare le braccia, spingere con i quadricipiti e spiccare il volo. I primi furono poco più di piccoli balzi, ma dopo qualche tentativo mi libravo in aria in totale libertà. Non sentendo più nessun peso, nessuna consistenza. Fu senza dubbio l’esperienza più bella della mia vita. Gli uccellini disciplinati andarono avanti con la spiegazione. La parte più difficile fu seguirli in volo in formazione ad “ali di rondine”. Mi trovavo sempre fuori posto ma loro, con pazienza, aspettavano che riprendessi la giusta posizione. Ci muovevamo in quella stanza senza soffitto in alto, molto in alto. Da quella altezza, la scacchiera appariva solo come un piccolo puntino. Un neo su un corpo lattiginoso. Uno squarcio nel cielo e si aprì una finestra. Mi adagiai sul bordo. Gli uccellini mi salutarono in coordinata sequenza. Da quella posizione, potevo osservare il salone della mia casa. Il signore immobile sulla poltrona, le mie riviste, il mio tavolo, le mie sedie e il gatto. E osservavo me stesso allunare la mano sulla guancia dell’uomo per raccogliere la goccia d’oro. La scena si ripeteva all’infinito in un loop ipnotico. Sempre identica. Dalla finestra comparve una scala che prima non c’era. I pioli erano bastoncini di cannella, lunghi quanto mi permettevano di posarci i piedi sopra. Scesi ed entrai nel mio salone. Provai a scuotere l’altro me e a chiamare il signore che piangeva oro. Ma ogni interazione mi era negata. Allora allungai anche io la mano per raccogliere il liquido ambrato. E mi ritrovai da capo nel lungo corridoio. Lo attraversai sapendo quello che mi aspettava. Questa volta ad attendermi alla scacchiera c’era mio padre

«Papà.»

«Tocca a te, stavi spostando il cavallo.»

«Papà sei tu?»

«Certo, e chi vuoi che sia! Mica possiamo aspettare la tua mossa per l’eternità?»

Spostai il cavallo, mio padre mi sorrise poi aggrottò la fronte pensando alla prossima mossa. Nessun attacco di cuore, nessuna convulsione, solo il suo bel viso sbarbato e profumato di colonia. Provai a volare. Ci riuscii, gli uccellini avevano fatto proprio un bel lavoro. Raggiunsi la finestra e mi affacciai. Non c’era più nessuno, solo il gatto confuso che mi cercava in quella stanza vuota. Scesi la scala e mi ritrovai alla scacchiera. Io avevo fatto la mia mossa, ora aspettavo la mossa di mio padre in quello spazio senza tempo e senza collocazione. Stavo facendo la cosa più bella che ci sia. Stavo giocando con mio padre e questa volta sarebbe stato per sempre.