CONDIVIDI

Nella calura di un settembre da ombrelloni e ghiaccioli al limone mi ritrovai nella selva oscura di una libreria della mia città, divorato dall’ansia da acquisto compulsivo. Perso nel dedalo delle numerose uscite autunnali, mi trastullai per più di mezzora a caccia dell’acquisto giusto, poi mi feci coraggio e uscii trionfante con il mio libro nella bustina di carta marrone pronto a cominciare una nuova avventura.

Copertina blu tovagliolodastabilimentobalneare. Al centro un cavallino giocattolo con sopra un tizio dal cappello a cilindro alle prese con un’improbabile cavalcata.

Prime pagine.

Non capisco.

Sembrano “pezzi di libro”.

Chi parla?

Tra una grattatina di testa e l’altra mi decido a ricominciare da capo ora che mi sembra di aver capito qualcosina.

Dialoghi della lunghezza di un Twitter.

Estratti/opinioni/ricordi di apparenti ricerche filologiche. Ricerche storiche/documentaristiche.

L’incredulità è sospesa. La verosimiglianza appagata.

Poi si riconosce il dolore, e tutto si fa chiaro.

Il dolore universale. Il dolore più grande. La bocca che si lacera per le urla mute di un dolore inesprimibile.

La morte di un figlio. Un figlio di undici anni. Il figlio di Abramo Lincoln. Il figlio del presidente.

La danza di un padre che cerca oltre la morte il figlio.

La danza di un figlio che cerca oltre la morte il padre.

Ed il mondo ultraterreno del figlio è così vivido da sembrare reale. Nel limbo della sua temporanea esistenza sospesa, il figlio vuole rassicurare il presidente che ai piedi della sua tomba desidera per lui un Regno di Luce. Pensare, quando penso a lui, che si trova in un posto pieno di luce, libero dalla sofferenza, splendente in un nuovo modo di essere. (cit. pag 164)

Il popolo del Bardo, (riferimento al Libro tibetano dei morti) è il popolo dei pentiti a metà, dei peccatori, degli incoscienti. Non sanno di essere morti altrimenti scomparirebbero nella metaluminosità.

E’ il coro dei personaggi incastrati dalla loro inconsapevolezza che narra questa storia struggente che si svolge tutta in una notte, raccontata con una sensibilità poetica ormai rara nella prosa da George Saunders, scrittore statunitense nato a Amarillo Texas nel 1958, che ho avuto modo di apprezzare nelle sue raccolte di racconti Pastoralia, Dieci Settembre e Bangodi. (premi: National Magazine Award, PEN/Malamud Award.)

Il romanzo Lincoln nel Bardo risveglia sensazioni intime, che in genere preferiamo tenere ben nascoste, perché esternare i sentimenti ci rende più vulnerabili, più fragili, ci mostra per quello che siamo, dei semplici uomini. Uomini che sanno ancora emozionarsi e piangere. Ma forse abbiamo dimenticato la nostra umanità così come abbiamo smesso di porci gli eterni irrisolti dubbi sull’esistenza. Perché… perché così è molto più semplice.

Tra le pagine di Saunders, sembra di essere nella Divina Commedia, dove i gironi postmoderni e gli scenari sono di quelli che ti fanno contorcere la pancia ed inumidire gli occhi.

Questo è un romanzo Innovativo, Classico, Emozionante e semplicemente bellissimo.

Alla fine la rassegnazione a cui siamo tutti destinati prende la forma di una folgore piena di speranza. A meno che i carapaci…

Buona lettura!

Cinque punte di matita.

 

P.S. Con il romanzo Lincoln nel Bardo, George Saunders si aggiudica il Man Booker Prize 2017.

“Saunders ottiene l’impossibile senza sforzo: siamo fortunati ad averlo.”

                                                                                              Jonathan Franzen