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È un pomeriggio di inizio autunno in quella che si vanta di essere la città più interessante della penisola. È da poco uscito, per mano di Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, e naturalmente non c’è uomo o donna tra i quindici e i trentacinque anni d’età che non ne parli. I più vecchi no, ché il problema non li tange e sono troppo presi dal business e da altri anglicismi agghiaccianti per trovare il tempo per leggere, figurarsi per riflettere.

Dal momento che mi reputo un membro istruito, curioso e lievemente presenzialista di quella fascia anagrafica, quel pomeriggio, come del resto da qualche tempo a questa parte, decido di infischiarmene della paranoia tutta italiana del restare in ufficio a far niente una mezz’ora in più “perché altrimenti fa brutto”, mollo il lavoro che sto svolgendo al momento, piuttosto noioso ma non abbastanza rassicurante – ossimoro tipico della classe disagiata – e mi dirigo verso il luogo dove avverrà la presentazione del libro edito dalla stilosissima, coltissima, furbissima Minimum Fax.

Naturalmente la presentazione non avviene in una banale libreria. Nossignore: noi della classe disagiata siamo squattrinati, sognatori e lievemente depressi, ma allo spritz non ci rinunciamo, purché sia chic. E dunque prendiamo un posto che una ventina d’anni fa era verosimilmente un covo di spacciatori, in una zona in cui mai mi sarei azzardata a mettere piede da sola prima della cosiddetta gentrification, trasformiamola in un bar con pretese intellò, appendiamo qualche vinile al muro, inseriamo nel menu qualche piatto a base di quinoa e ortiche, e avremo il posto perfetto per piangerci addosso mentre ci raccontiamo quanto siamo belli&bravi.

Il bar, pardon l’osteria, è ovviamente gremita, anche se a prima vista sembra che l’aperol abbia attirato più della carta stampata. Nella mente si affaccia fugace il ricordo di Nanni Moretti in Ecce Bombo: “Mi si nota di più se vengo o se non vengo?”. Ma no, ti ripeti, siamo qui perché siamo stanchi di essere sottovalutati / sfruttati / bistrattati, perché stiamo acquisendo qualcosa che potremmo definire consapevolezza. Basta che non la chiamiamo “lotta di classe” che fa tanto Novecento; e noi siamo Millennials, nativi digitali, supercazzole prematurate con doppio scappellamento a destra – e vi prego, cari coetanei, ditemi che almeno questa citazione la cogliete.

E difatti, dopo una gimcana tra camerieri indaffaratissimi, creativi dalle barbe lunghe tutti rigorosamente muniti di Mac e fanciulle che sostengono di abbuffarsi salvo poi ordinare un’insalata, compare l’autore, affiancato da una giornalista dall’allure esistenzialista e dal proprietario del locale. Sembra quasi intimidito dalla folla, forse non se l’aspettava; eppure, comincia a parlare.

Le citazioni colte si sprecano: Teoria della classe agiata di Veblen, ovviamente, ma anche tutta la filosofia del secolo scorso, con persino qualche accenno a Marx. Una chiacchierata piacevole, che quasi ti invoglia a comprare il libro.

Finché arriva quello: il momento più temuto in ogni aggregazione sociale con pretese intellettuali. Quello che il già citato Moretti sintetizzò alla perfezione in quattro parole, quasi un aforisma: “No, il dibattito no!”. In quel caso si trattava di un cineforum, stavolta delle domande di un pubblico con una stima di sé estremamente elevata e un filino fuori luogo.

Però i tre arringatori sono bravi, contengono gli strafalcioni, riportano le castronerie sui giusti binari. Finché arriva lui: allampanato, camicia a quadri, pantalone sopra la caviglia, tracolla di pelle fintamente usurata, un rasta che fa capolino da dietro l’orecchio. Dice che frequenta l’Accademia di Brera. Sei sollevata, inizi a rilassarti, pensi che il maggior contributo che possa dare sia offrire una canna e quasi cominci a pregustarla, quand’ecco che pronuncia serafico la fatidica frase: “Beh, ma che c’entra, io studio una cosa bella e interessante ma tanto già lo so che finirò a friggere le patatine da MacDonald’s. Lo metto in conto, insomma”.

Gelo in sala. La giornalista inizia a tormentarsi il collo del maglione nerissimo. Il proprietario del locale si chiede se le sue patatine possano reggere la concorrenza del colosso americano. Negli occhi di Ventura passa un lampo a metà fra lo sconforto, la rassegnazione e l’incazzatura, e non riesce a dire nulla se non “Ma no, non arenatevi, non perdete le speranze, o almeno non partite così”.

Qualcuno tenta di risollevare gli animi con altri interventi, le luci si alzano, i camerieri versano gli spritz. Io provo il desiderio irrefrenabile di prendere a schiaffi il pischello che con due monosillabi ha stuprato le facoltà umanistiche peggio del peggior Briatore, quindi decido che la mia serata merita di meglio: uno spritz, per la precisione. Però non lì, perché tutto sommato ne ho anche abbastanza di posti orrendi che però sono di tendenza, di lavori barbosi e mal pagati che però “fanno curriculum” (che poi che cazzo vuol dire “fanno”, un curriculum è un muro di mattoni per caso?), di gente che si iscrive all’università, per giunta andando a studiare una delle cose più fantastiche che il nostro paese possa offrire, già con l’idea di andare a fare lo schiavo in un posto in cui basta la terza media e i diritti sociali sono inesistenti, e di tromboni di mezza età che sulle nostre incertezze ci marciano e che si masturbano ogni volta che si annodano la cravatta.

Cammino per la via, benedico la tanto vituperata gentrification che mi permette di farmi due passi senza avere uno spray al peperoncino in tasca, e tutto sommato pure i lavori noiosi e precari, che quantomeno quando ci siamo stufati possiamo mollarli senza troppi drammi. Decido che per il momento non comprerò Teoria della classe disagiata, per quanto Ventura sia interessante (e anzi, compratelo, compriamolo, quel benedetto libro), ma farò un giro in Brera, e magari il mio biglietto salverà il pischello dagli hamburger. Anche se una vocina un po’ cinica nella mia testa non fa a meno di ripetermi che forse avrei fatto meglio a darglielo davvero quello schiaffo. Forse quello gli avrebbe davvero fatto capire che, nonostante tutto, oltre al MacDonald’s e al disagio c’è di più. E, soprattutto, che quel “di più” ce lo meritiamo.

 

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Francesca Berneri

Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all’Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l’opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l’Institut d’Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi.
Ama l’arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere “part of the conversation”.